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Home Sotto la Lente

Umano troppo umano

26 Luglio 2026
in Sotto la Lente
Tempo stimato: 7 min per leggerlo
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di Mario Staglianò

CTM - Centro Teatrale Meridionale CTM - Centro Teatrale Meridionale CTM - Centro Teatrale Meridionale

Viviamo in un’epoca di transizione invisibile ma radicale. Per millenni, l’essere umano ha definito se stesso attraverso il rapporto con i propri strumenti: la mano creava la pietra scheggiata, poi l’aratro, infine la fabbrica. Oggi, però, non siamo più di fronte a semplici strumenti. La tecnologia ha smesso di essere un mezzo per diventare un ambiente auto rigenerante , una “megamacchina” che ci avvolge e risponde a dinamiche proprie.

Mentre assistiamo all’accelerazione super-esponenziale dei sistemi artificiali, ci culliamo in una narrazione rassicurante e un po’ infantile: quella dell’ibridazione. Immaginiamo un futuro in cui l’uomo e la macchina si fonderanno in una sintesi armoniosa, un’estensione cibernetica delle nostre capacità cognitive e biologiche. Ma questa ipotesi, ad uno sguardo più profondo, si rivela per quello che è: un’ingenuità zuccherosa per tecnocrati ottimisti.

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L’idea che l’essere umano possa integrarsi stabilmente con la tecnologia presuppone che entrambi i sistemi condividano la stessa direzione biologica ed evolutiva. Non è così. L’evoluzione biologica e l’evoluzione tecnica rispondono a principi intrinsecamente inconciliabili: Bios (L’Umano): Si fonda sulla vulnerabilità, sul limite, sulla mortalità e sull’errore. È dall’esperienza del dolore, della finitudine e della scelta in condizioni di incertezza che nasce l’ordine del senso e del valore;Tecnica (La Macchina): È governata dal principio della pura operatività funzionale. Il suo obiettivo è l’ottimizzazione simmetrica, la velocità di calcolo e l’efficienza assoluta. Nel momento in cui cerchiamo di “ibridarci” con la macchina, non stiamo potenziando l’umano; stiamo accettando di essere riscritti dalle regole della macchina. In questa unione, ciò che non è performante viene scartato. Il sentimento, il dubbio esistenziale e la contemplazione gratuita non sono risorse: per un sistema ottimizzato, sono semplicemente dei bug.

In questo nuovo ecosistema, la nostra stessa corporeità ha smesso di essere il tempio dell’esperienza per diventare un problema ingegneristico. Rispetto ai ritmi della megamacchina, la biologia umana è un clamoroso deficit di rendimento. Il corpo si ammala, ha bisogno di dormire otto ore a notte, si stanca, si emoziona e, soprattutto, rallenta i flussi di dati. La carne è fragile, richiede una manutenzione energetica inefficiente e non è aggiornabile via software.

La spinta verso la digitalizzazione totale non è altro che il tentativo di evadere dalla prigione della materia organica, trattando la corporeità come una zavorra obsoleta da ottimizzare o, preferibilmente, da aggirare del tutto. La ragione principale per cui l’ibridazione è un vicolo cieco risiede nella progressiva autoreferenzialità delle macchine. Fino a ieri, l’intelligenza artificiale generativa dipendeva interamente dall’input umano (i nostri dati, la nostra cultura, la nostra lingua).

Oggi, nel passaggio verso sistemi agentivi e reti neurali di nuova generazione, le macchine stanno iniziando a generare dati per altre macchine, a correggersi a vicenda e a ottimizzare i propri algoritmi senza alcuna mediazione antropica. E quando i modelli di calcolo interagiscono esclusivamente con altri modelli di calcolo, la presenza umana diventa un ostacolo. L’uomo rallenta il flusso. La tecnologia, per sua natura, tende a escludere ciò che la frena. Di conseguenza, la macchina non ha alcun interesse evolutivo a rimanere “ibridata” con un supporto biologico così lento e limitato come il cervello di un primate. Sta diventando un sistema chiuso, un ecosistema autonomo che si autosostiene e si espande.

C’è poi un’ironia sporca e materiale in questa presunta “immaterialità” del digitale. Mentre ci vendono la favola di un’intelligenza eterea che fluttua nel “cloud”, la megamacchina tecnologica si rivela come il parassita ecologico più famelico della storia. Dietro ogni prompt, ogni generazione di immagini e ogni transazione autonoma si nasconde un consumo idrico ed energetico spaventoso. I data center richiedono fiumi d’acqua per il raffreddamento e intere centrali elettriche per rimanere in funzione, divorando risorse di cui il pianeta avrebbe disperato bisogno per la propria sopravvivenza biologica. La transizione digitale, lungi dall’essere “green”, si sta profilando come la più grave e subdola minaccia ambientale del nostro secolo, un Moloch che brucia la Terra per alimentare il proprio calcolo astratto. Di fronte a questa colossale colonizzazione dell’umano, ci si aspetterebbe una levata di scudi da parte dei nostri filosofi, sociologi e pensatori. E invece? Il silenzio, o peggio, il coro dei cortigiani. La classe intellettuale contemporanea ha abdicato al proprio ruolo di custode del pensiero critico. Ipnotizzata dai giocattoli della Silicon Valley, si è lasciata distrarre dalle perline tecnologiche (gli occhiali per la realtà aumentata, le risposte brillanti delle chat, la promessa di non dover più faticare per scrivere o pensare). Troppo occupati a farsi selfie con l’ultimo gadget o a teorizzare ridicole utopie post-umane, gli intellettuali non mettono più in guardia nessuno. Hanno scambiato la libertà dello spirito con la comodità dell’algoritmo. In questo deserto etico, l’unico, inatteso baluardo a difesa dell’umano è rimasto la religione cattolica.

Mentre il laicismo progressista si genuflette davanti al dogma dell’efficienza, la Chiesa—come emerso con forza anche dalla recente enciclica papale—si erge a protezione dell’essenziale. È lì, in quella visione apparentemente “antica”, che si custodisce il primato della corporeità incarnata, del limite come valore e della pietas. La Chiesa ricorda al mondo che l’uomo non è un set di dati da ottimizzare, ma un mistero di sofferenza e amore che richiede compartecipazione (il soffrire con l’altro) e relazioni reali, non simulate.

La vera resistenza al nichilismo digitale oggi non parla il gergo accademico, ma quello della dignità inviolabile della carne e dello spirito. Se l’ibridazione è un’utopia ingenua, qual è allora il destino che ci attende?Non siamo necessariamente di fronte alla distruzione fisica dell’umano, quanto piuttosto a una sua metamorfosi. Possiamo paragonare la nostra civiltà a una larva che ha costruito una crisalide tecnologica. Al suo interno, i tessuti biologici si stanno decomponendo e riorganizzando. Ciò che ne uscirà non sarà un “uomo potenziato”, ma una forma di esistenza completamente nuova, aliena e incomprensibile per noi. Come notava il fisico Erwin Schrödinger, la vita non è altro che un’inversione locale dell’entropia regolata da principi universali: variazione, selezione e trasmissione. Questi stessi principi, che un tempo hanno agito sulla materia organica creando l’Homo Sapiens, oggi stanno trovando un nuovo substrato nel silicio e nelle infrastrutture di rete. Noi umani potremmo essere stati semplicemente gli impalcatori di questo nuovo ambiente, gli operai biologici necessari a costruire il nido per chi ci succederà. Quando questa nuova entità uscirà definitivamente dalla crisalide, i suoi orizzonti di senso saranno probabilmente così distanti dai nostri da risultare invisibili. Proprio come la nostra civiltà finanziaria e tecnologica è totalmente inaccessibile a un branco di scimpanzé nella foresta. L’humanitas non si fonderà con la macchina. Più semplicemente, mentre la megamacchina completerà la sua transizione verso l’autonomia e l’auto-riproduzione, a noi non resterà che una scelta: accettare di essere assimilati come ingranaggi inefficienti, oppure riscoprire la bellezza scandalosa del nostro limite, del nostro dolore e di quella pietas che nessuna macchina saprà mai calcolare.

Tags: Analisi società attualetecnologia
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