di Mario Staglianò
C’è qualcosa di profondamente curioso, e forse anche un po’ inquietante, nel modo in cui guardiamo la natura.
Un’eclissi ci incanta. Un’alba ci commuove. Un tramonto ci lascia senza parole. Davanti a Stonehenge immaginiamo sacerdoti, misteri, riti, il rapporto perduto tra l’uomo e il cosmo. Ogni volta che la natura mette in scena qualcosa di spettacolare, noi ci precipitiamo a cercarvi un significato. Fotografiamo, condividiamo, celebriamo, interpretiamo. Trasformiamo un fenomeno astronomico in un evento spirituale, quasi fosse un messaggio indirizzato proprio a noi.
Eppure un’eclissi è un’eclissi. Accade perché la Luna si interpone tra la Terra e il Sole. Non porta messaggi, non contiene profezie, non conosce la nostra esistenza. È un fenomeno naturale, meraviglioso proprio perché non ha bisogno di essere investito del significato che noi gli attribuiamo. E, soprattutto, si ripete.Ma noi abbiamo bisogno di caricarlo di senso. Perché?Forse perché, nel fondo della nostra modernissima modernità, sopravvive una fame antichissima: quella di infinito. Abbiamo perso molte delle nostre certezze spirituali, ma non abbiamo perso il bisogno di cercarle. E allora le proiettiamo sulla natura.
Guardiamo il cielo e cerchiamo qualcosa che ci trascenda. Un tramonto diventa una meditazione, un’eclissi un’esperienza quasi mistica, una pietra millenaria la porta d’accesso a un sapere dimenticato.
Fin qui, nulla di male. Anzi. Forse c’è qualcosa di profondamente umano nel lasciarsi stupire.Il problema nasce quando lo stupore diventa selettivo.Ci commuoviamo davanti a un tramonto e poi attraversiamo una città avvolta nello smog senza quasi accorgercene. Restiamo con gli occhi puntati verso il cielo durante un’eclissi e poi abbassiamo lo sguardo davanti alle conseguenze del riscaldamento globale. Celebriamo la natura quando si presenta come spettacolo, ma la ignoriamo quando ci presenta il conto.
È una contraddizione formidabile.Amiamo la natura quando è sublime, silenziosa e instagrammabile. Quando si manifesta come paesaggio, luce, cielo, colore. Ma quando la stessa natura ci mostra gli effetti del nostro sfruttamento — ghiacciai che arretrano, temperature estreme, ecosistemi compromessi, mari soffocati dai rifiuti — improvvisamente perde il suo fascino.
La vogliamo poetica, non politica. Mistica, non scientifica. Da contemplare, non da difendere.
Ed è qui che la nostra spiritualità rischia di diventare una forma elegante di ipocrisia. Perché se davvero cerchiamo l’infinito nell’alba, dovremmo forse avere il coraggio di riconoscere la stessa sacralità in un bosco che brucia, in un ghiacciaio che scompare, in un fiume avvelenato. Se Stonehenge ci affascina perché ci racconta di uomini che alzavano gli occhi verso il cielo per interrogare il cosmo, dovremmo chiederci cosa stiamo facendo noi con quel medesimo cielo.
La natura ci piace soprattutto quando ci fa sentire piccoli. Molto meno quando ci ricorda che siamo responsabili.Ed è forse questa la vera contraddizione del nostro tempo: abbiamo trasformato la natura in un oggetto di contemplazione proprio mentre la trasformiamo in una risorsa da consumare.
Ci inginocchiamo davanti al tramonto e contemporaneamente consumiamo il mondo che rende possibile quel tramonto.Forse dovremmo smettere, almeno per un momento, di chiederci che cosa significhi un’eclissi per noi e cominciare a chiederci che cosa significhi il nostro comportamento per la Terra.
Perché l’eclissi passerà. Il tramonto finirà. La Luna tornerà al suo posto.Ma il conto del nostro sfruttamento della natura, quello, non è affatto detto che passi.