di Mario Staglianò
C’è qualcosa di profondamente suggestivo nel vedere oggi la nuova Arena Epizefiri riempirsi di persone, di voci, di musica e di risate. Qualcosa che va oltre lo spettacolo di Alessandro Siani o il concerto di Loredana Bertè. Perché, a guardarla con gli occhi della storia, quella folla sembra quasi una risposta arrivata da molto lontano.
Duemilacinquecento anni fa, nello stesso territorio, gli abitanti di Locri Epizephiri sedevano nel loro teatro. Anche allora c’erano artisti, parole, musica, emozioni. Anche allora una comunità si ritrovava insieme per assistere a qualcosa che interrompeva, almeno per qualche ora, la normalità della vita quotidiana e apriva una finestra su un mondo diverso. Oggi non assistiamo alle tragedie di Eschilo o alle commedie di Menandro. Abbiamo altri linguaggi, altri protagonisti, altri palcoscenici. Siani fa ridere, Bertè canta, le luci illuminano la notte. Eppure, sotto la differenza delle forme, c’è qualcosa che rimane identico. È come se una tradizione fosse rimasta ibernata per secoli. Non morta davvero: soltanto sepolta sotto strati di abbandono, di oblio, di incuria e, forse, anche di una certa rassegnazione. Una tradizione che il tempo aveva messo in silenzio e che oggi, improvvisamente, ricomincia a respirare.
Diverso ma sempre uguale. Perché il teatro, in fondo, non è soltanto un luogo nel quale qualcuno sale su un palco e qualcun altro guarda. È uno dei modi attraverso i quali una comunità dice a se stessa: siamo ancora qui.
E forse proprio questo rende particolarmente potente l’immagine dell’Arena Epizefiri gremita di persone. Per troppo tempo la Locride ha avuto un’immagine raccontata quasi sempre attraverso ciò che non funziona: la criminalità, le inefficienze, le occasioni perdute, l’arretratezza. Problemi reali, certo. Ma quando una terra viene raccontata soltanto attraverso i suoi problemi, finisce per diventare prigioniera della propria rappresentazione. È una sorta di moderno «che può venire di buono da Nazareth?»: la domanda evangelica trasformata in stereotipo. Come se da questo angolo di Calabria ci si dovesse aspettare sempre la conferma del pregiudizio e mai la sorpresa della bellezza. E invece la storia, qualche volta, decide di rispondere.
Lo fa con una statua che resiste alle tempeste. Lo fa con un’arena che si riempie. Lo fa con persone che decidono di restare, di investire, di immaginare e soprattutto di fare.Penso alla statua di Nosside durante la tempesta del ciclone Henry. Quel corpo esposto alla furia del vento e del mare sembrava quasi una metafora della Locride: apparentemente fragile, continuamente sottoposta alle intemperie, eppure ancora in piedi.
E poi eccola, la stessa terra, qualche tempo dopo: non più soltanto una statua solitaria nella tempesta, ma un’arena colma di persone.
È un’immagine potentissima. Non bisogna però cadere nell’errore opposto. Riempire un’arena non cancella le ferite di una comunità. Uno spettacolo non risolve i problemi della viabilità, dei servizi, dell’ambiente, del lavoro, della sicurezza o della qualità amministrativa. E sarebbe persino controproducente fingere che tutto vada bene. La Locride deve migliorare. E deve farlo molto. Ma migliorare non significa necessariamente continuare a recitare, all’infinito, l’elenco delle proprie insufficienze.Perché una comunità ha bisogno anche di un’immagine di ciò che può diventare. Qui diventa attuale la celebre frase con cui Italo Calvino conclude Le città invisibili: l’inferno dei viventi non è qualcosa che verrà; è quello che abbiamo già qui, che formiamo stando insieme. E proprio per questo occorre cercare, riconoscere e far durare ciò che inferno non è.È una scelta tutt’altro che ingenua. Significa non negare il buio, ma rifiutarsi di considerarlo l’unico paesaggio possibile.
Un’arena piena non è la prova che tutto è risolto. È la prova che qualcosa è possibile. E questo è forse il valore più importante di queste manifestazioni. Non soltanto intrattenere, ma produrre immaginazione. Mostrare concretamente che una piazza, un teatro, un’arena possono tornare a essere luoghi nei quali una comunità si riconosce.
Anche per questo va riconosciuto il merito di chi ha creduto che un’altra narrazione della Locride fosse possibile. Di chi non ha scelto la via più facile del lamento permanente. Di chi ha deciso di restare. Di chi ha trasformato un desiderio in un progetto e un progetto in qualcosa di reale. Perché restare, in certi luoghi e in certi momenti, è già una forma di coraggio.E trasformare un’idea in realtà è ancora più difficile.
C’è un’altra immagine che viene in mente: i giardini di Adone di cui parla Platone.Semi che germogliano velocemente e altrettanto velocemente appassiscono. Una metafora perfetta per ciò che nasce soltanto per l’entusiasmo del momento e non mette radici.Ecco perché la vera sfida comincia forse proprio quando si spengono le luci dell’Arena.
L’evento non deve essere una parentesi. Deve diventare un seme.Bisogna fare in modo che quelle persone tornino, che altri spettacoli arrivino, che la cultura produca economia, che la bellezza generi altra bellezza, che i giovani possano riconoscere in questo territorio non soltanto ciò da cui partire, ma anche qualcosa per cui valga la pena restare. Altrimenti sì, l’Arena rischierebbe di diventare un moderno giardino di Adone: bellissimo per un giorno, destinato a seccarsi subito dopo.
La vera scommessa è invece trasformare l’eccezione in abitudine.E allora il parallelismo con l’antico teatro di Locri Epizephiri diventa ancora più affascinante. Gli antichi Locresi non avevano bisogno di spiegare al mondo che la loro città meritava di essere guardata. Costruirono un teatro. Lo riempirono di vita. Crearono cultura. Misero in scena l’uomo, le sue passioni, i suoi conflitti, le sue speranze.
Secoli dopo, noi torniamo a fare qualcosa di sorprendentemente simile.Con strumenti diversi, con linguaggi diversi, con artisti diversi.Ma con lo stesso bisogno antico di incontrarci, di emozionarci, di ridere, di ascoltare, di sentirci parte di qualcosa.
Forse la tradizione non era scomparsa. Era soltanto rimasta in silenzio ed ora si è risvegliata. L’immagine della Nosside che resiste alla tempesta e quella dell’Arena gremita appartengono, in fondo, alla stessa storia. La prima dice: nonostante tutto, siamo ancora in piedi. La seconda aggiunge: e possiamo tornare a riempire di vita ciò che era rimasto vuoto. È questa la nuova narrazione che vale la pena costruire. Non una narrazione zuccherosa, che nasconde i problemi sotto il tappeto. Non una propaganda del «va tutto bene». Ma nemmeno la solita, stanca conta dei disastri, come se i difetti della Locride fossero una sua esclusiva proprietà e non problemi che attraversano, con forme diverse, gran parte del Paese. Una narrazione adulta. Capace di dire contemporaneamente: qui ci sono problemi seri e qui c’è una bellezza enorme; qui bisogna cambiare molto e qui qualcosa sta già cambiando.Perché ciò che rappresentiamo diventa anche ciò verso cui camminiamo.
Se continuiamo a raccontarci come una terra condannata, finiremo per comportarci come una terra condannata.Se invece cominciamo a rappresentarci come una terra capace di generare cultura, spettacolo, bellezza, partecipazione e futuro, quella rappresentazione può diventare un obiettivo. Una luce. E le luci, soprattutto dopo secoli di silenzio, servono a indicare la strada.Forse è questo il significato più profondo di un’Arena Epizefiri piena di gente.
Non è soltanto uno spettacolo.È un territorio che, per una sera, si guarda allo specchio e non vede più soltanto le proprie ferite.Vede il proprio passato.Vede il proprio presente e, soprattutto, intravede il proprio futuro.Diverso,certo, ma sempre uguale. Perché dopo più di duemila anni, in fondo, Locri è tornata a fare ciò che aveva già imparato a fare:accendere le luci, aprire il sipario e chiamare a raccolta la propria gente.E questa volta sarebbe davvero un peccato lasciare che, finito lo spettacolo, cali di nuovo il sipario.