di Mario Staglianò
Non li riconosciamo più. E la verità è più scomoda: non riconoscono più noi. Gli adolescenti di oggi sembrano alieni, ma non sono atterrati da un altro pianeta. Sono il prodotto perfetto – e disturbante – del nostro.
Guardiamoli senza ipocrisia. Baby gang che si muovono come branchi, violenza gratuita, aggressività che esplode per un niente. Non è solo devianza: è linguaggio. È una grammatica brutale costruita nel vuoto. Quando mancano parole, senso, ascolto, resta il gesto. Il colpo. Il video da postare. Esistere diventa ferire o essere visti mentre si ferisce.
E poi la scuola. Un luogo che dovrebbe accendere e invece spegne. Anacronistica, immobile, incapace di parlare la lingua del presente. I ragazzi la attraversano come un corridoio senza finestre: presenti col corpo, assenti con la mente. Studiano per sopravvivere, non per capire. E intanto fuori il mondo corre, cambia, si trasforma a una velocità che l’aula non sa nemmeno nominare.
Così alcuni reagiscono attaccando. Altri scompaiono. Ritiro sociale: stanze chiuse, tapparelle abbassate, vite sospese. Non è pigrizia, è resa. È la fuga da un mondo percepito come ostile, giudicante, ingestibile. Meglio sparire che fallire sotto gli occhi di tutti.
Nel frattempo, la dipendenza diventa normalità. Non solo sostanze: schermi, social, videogiochi, pornografia, approvazione. Il like è una micro-dose di esistenza. La notifica è un battito cardiaco. Si vive connessi per non sentire il vuoto, ma il risultato è un isolamento ancora più profondo. Una folla digitale che non abbraccia nessuno.
Il corpo, allora, diventa l’ultimo territorio su cui esercitare controllo. Si tatua, si fora, si espone, si modifica. Non solo estetica: è identità incisa sulla pelle. È un modo per dire “questo sono io” in un mondo che ti rende invisibile. Ma quel corpo è anche campo di guerra: disturbi alimentari, ossessione per la perfezione, fame negata o incontrollabile. La bilancia come tribunale, lo specchio come nemico.
E sopra tutto, la pressione. Aspettative ovunque: famiglia, scuola, social. Devi essere bello, brillante, sicuro, felice. Devi riuscire. Subito. Sempre. Senza errori. È una prigione elegante, fatta di sorrisi filtrati e successi ostentati. Chi non regge, crolla. Chi regge, spesso finge.
E poi c’è l’altro mondo. Quello virtuale. Lì tutto è più semplice: identità modulabili, relazioni reversibili, fallimenti cancellabili. Nei videogiochi si rinasce, nei social si recita. È una realtà alternativa che seduce perché è controllabile. Ma più ci si rifugia lì, più il mondo reale diventa estraneo. Alieno, appunto.
Ma fermiamoci un attimo. Davvero vogliamo raccontarcela così? Adolescenti sbagliati, fuori controllo, incomprensibili? Sarebbe comodo. Sarebbe anche falso.
Perché mentre loro crescono in questo caos, gli adulti navigano nello stesso mare. Il lavoro è diventato instabile, frammentato, precario. I genitori corrono, rincorrono, sopravvivono. Hanno meno tempo, meno certezze, meno strumenti. Vivono sotto pressione quanto – e a volte più – dei figli. E spesso sono assenti non per scelta, ma per necessità.
La società è cambiata: ritmi accelerati, relazioni liquide, valori instabili. Tutto è urgente, tutto è visibile, tutto è giudicato. Non esistono più percorsi chiari, solo possibilità confuse. E in questo scenario chiediamo agli adolescenti di essere solidi, equilibrati, lucidi. È una contraddizione feroce.
Allora no: gli adolescenti non sono alieni. Sono disadattati a un mondo che è già disadattato. Sono il sintomo più evidente di un sistema che scricchiola. La loro violenza è la nostra incoerenza. Il loro ritiro è il nostro silenzio. Le loro dipendenze sono il riflesso delle nostre.
Li guardiamo e vediamo qualcosa che ci spaventa. Dovremmo guardare meglio: vedremmo noi stessi, solo più esposti, più fragili, meno abili a nasconderlo.
E forse la domanda giusta non è come salvarli.È se siamo disposti a cambiare il mondo che li sta perdendo.











