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Home Arte e Cultura Recensioni

“Lungo petalo di mare” di Isabel Allende

28 Agosto 2024
in Recensioni
Tempo stimato: 7 min per leggerlo
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di Patrizia Massara Di Nallo

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“Lungo petalo di mare” (Casa Editrice: Feltrinelli Editore. 352 pagg.) è un romanzo storico in cui, come precisa alla fine dell’opera la stessa autrice Isabel Allende, i fatti e i personaggi storici sono reali, mentre i personaggi inventati sono ispirati a persone che ho conosciuto. Il titolo è tratto dai versi con cui il poeta cileno Pablo Neruda, la cui vita si intreccia nel romanzo con quella del protagonista Victor, definisce il Cile “Lungo petalo di mare e vino e neve…” con un “nastro di schiuma bianco e nero”. Il periodo storico, da cui si snodano tutte le vicende narrate, è la guerra civile spagnola tra repubblicani e nazionalisti iniziata nel 1936. Mentre i dettagli della cronaca si rincorrono prospettando senza sussulti letterari l’ineluttabile stravolgimento degli eventi, il fulcro narrativo si impernia sulla vita dei due giovani attori del romanzo, Victor e Roser. Le loro vicissitudini si dipaneranno dal 1938 quando espatrieranno dalla Spagna per non essere, quali collaborazionisti,  giustiziati fino al 1994 che li vedrà vecchi e soli ma alfine ancora sorpresi dalla vita e da quello che essa con un coup de théâtre offrirà loro. Allorché quindi cadrà Barcellona, inizierà anche l’esodo di una massa di indesiderati, considerata portatrice di malattie, che si accalcherà al confine con la Francia. Victor e Roser riusciranno, tra travolgenti onde di incertezza e di sopraffazione, ad attraversare i Pirenei mentre l’inquietudine della corsa verso l’ignoto si consoliderà sempre più quale bagaglio ricorrente di tutta la loro esistenza. Si ritroveranno nei campi di Angelès-sur-Mer dove i profughi attraversano sofferenze indicibili e molti di essi muoiono per inedia, così una madre “si svegliò abbracciata al cadavere della figlia di cinque mesi” e dove l’intenso tessuto narrativo di Isabel Allende nutrendosi di un’espressività drammatica e cruda non lascia mai spazio ad alcuna retorica. Quando finisce la guerra civile molti spagnoli partono avventurosamente per il Messico o si arruolano nella legione straniera francese e in seguito nella resistenza francese, mentre Pablo Neruda, uomo del Sud della pioggia e del legno, convince il presidente cileno ad accogliere i profughi. Viene così allestito il piroscafo Winnipeg che, pur potendo imbarcare solo venti marinai, trasporterà invece circa duemila persone. Il criterio di selezione per l’imbarco, di cui si occupa lo stesso Neruda, è quello della supposta utilità di quei diseredati in Cile, terra fertile e ricca di giacimenti minerari. Victor e Roser si sposano in fretta per poter partire, quali congiunti, verso quel paese bislungo del Sudamerica aggrappato alle montagne per non cadere nel mare e proprio il 3 settembre 1939, quando il piroscafo attracca in Cile, in Europa scoppia la seconda guerra mondiale. Un memorabile cammeo letterario, che mutando il registro narrativo allenta la tensione emozionale, è la descrizione della mondanità dell’alta borghesia cilena in vacanza su lussuosi transatlantici in evidente contrapposizione agli stenti dei profughi durante la loro traversata oceanica. La diversità dei costumi e delle priorità esistenziali degli uni e degli altri, pur nella stessa breve contingenza temporale, sottolinea come il Cile fosse per i profughi spagnoli l’approdo ideale, lontano com’era anni-luce dai tumulti europei prima e dal precipitare degli eventi bellici poi. La strada di Victor e Roser, che affrontano tenacemente le vie dell’esistere illuminati da una perpetua ansia di rinnovamento, s’interseca proprio con quella di una famiglia dell’alta società cilena. L’amicizia fra i diversi membri delle due famiglie si riscoprirà inalterata, nonostante lunghissime pause e naturali cambiamenti, anche dopo molti decenni fino alla rivoluzione pacifica di Salvator Allende (cugino del padre della scrittrice Isabel) e subirà una metamorfosi nell’ultimo capitolo del libro quando verranno palesati, in un risvolto inaspettato, dei legami inscindibili a lungo sottaciuti. Victor e Roser muteranno i propri incroci emotivi maturandoli in un legame profondo quasi predittivo del loro destino e che si rivelerà saldo anche oltre il tempo terreno. Quando, infine, un colpo di stato porterà Pinochet al potere, Neruda, che schieratosi contro il nuovo governo verseggerà Tutti gli esseri/ avranno diritto/ alla terra e alla vita,/ e così sarà il pane di domani…, verrà nascosto proprio da Victor e riuscirà a fuggire in Argentina. E in un ulteriore traversia anche Roser andrà in Venezuela dove Victor la raggiungerà dopo aver subito una lunga prigionia in un campo di concentramento. Solo alla morte di Franco torneranno in Spagna, in quello che però definiranno il “disesilio”, caratterizzato solo da disillusioni in una terra profondamente trasformata che non riusciranno più a considerare patria. Dopo aver attraversato cinque decenni costellati da attese e speranze, disinganni e sogni, in una vita continuamente ferita da arrese peregrinazioni, faranno alfine nuovamente ritorno nella loro terra adottiva, il Cile. Per tutto il romanzo, in una costante dicotomia esistenziale, si alternano passi di vita ora cancellati sotto il rassegnato giogo del destino ora impressi di fulgore e di rinascita in una accomunante giostra di solidarietà umana. Appare così, nitido, lo specchio di un’umanità che, pur trasfigurata dalla guerra, alimenta ostinatamente scintille di speranza. La fuga di Victor e Roser, pur nella sua peculiarità personale e storica, è la stessa peregrinazione delle famiglie italiane sfollate durante la seconda guerra mondiale, dei nostri emigranti fuggiti dalla povertà, dei dissidenti di tutte le dittature e degli innumerevoli che in varie zone del pianeta ancor oggi, vittime di persecuzioni ideologiche e violenze fisiche, sono costretti a strappare le loro radici culturali e affettive. Sono gli stessi profughi che, dopo avere attraversato il Mediterraneo, bussano ormai da decenni alle porte dell’Europa, gli stessi anonimi e negletti che il Vangelo chiama gli stranieri da accogliere e a cui prestare soccorso.

“Lungo petalo di mare” ha pertanto anche il merito di metterci a confronto con la storia e i suoi corsi e ricorsi interrogando prepotentemente la nostra coscienza e le nostre scelte sociali. La A. alimenta in ogni pagina il focus sia per il quadro storico che per i personaggi con una misura descrittiva che non lascia spazio a eccedenti riflessioni. E quando lo stile, connotato da un ritmo sostenuto e da un esteso periodare, diventa un fiume in piena, subentrano riconcilianti i dialoghi che, diluendo il ritmo narrativo, riescono a farci assaporare appieno le sfumature caratteriali dei personaggi. Il realismo sociale coinvolge e avvolge perfino i personaggi di fantasia magistralmente ritagliati e le cui vicende, non relegate solo a pretesto della narrazione storica, alimentano il pathos costituendo l’autentico nucleo letterario dell’opera. Da sottolineare come il tragitto umano, dal quotidiano alle scelte più sconvolgenti, sia accompagnato da una parola autorale essenziale e trasparente nella sua nudità, che fa della A. una degli esponenti più apprezzati della letteratura ispanoamericana. Infatti il linguaggio snello e incisivo crea il giusto nesso tra la cronaca e i flussi della storia, tra l’oggettività e il filtro della memoria e della fantasia, in modo che gli esiti formali della scrittura risultino in simmetrica corrispondenza con le necessità insite nel dettato narrativo. Sono, infatti, il suggestivo e sferzante vigore della prosa, l’emozionante discrezione nella trattazione degli argomenti più delicati e l’obiettivo giudizio storico, che consegnano quest’epopea alla letteratura mondiale.

Tags: culturalibro
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