di Mario Staglianò
Con Magnifica Humanitas il Pontefice affronta una delle questioni decisive del nostro tempo: il rapporto tra l’uomo e la tecnica. L’enciclica non si limita a celebrare i benefici dell’innovazione. Al contrario, invita a guardare dentro le sue ambiguità, interrogandosi sul prezzo umano e politico del cosiddetto progresso.
Ci si perde in uno spazio di difficile definizione, un terreno dissestato, accidentato, sul quale procediamo incerti, sicuri di una cosa sola: siamo sempre collegati, connessi, controllati da un unico pensiero che ha la forma del progresso, ma somiglia in modo pericoloso ad un passato recente e oscuro.Il rischio indicato dal Papa è chiaro. La strada che stiamo percorrendo appare dritta e apparentemente inevitabile. È un cammino verso la progressiva sovrapposizione di potere tecnologico e potere politico. Una fusione che, passo dopo passo, riduce drasticamente la nostra capacità di autodeterminarci. Più cresce il potere delle infrastrutture digitali, più diminuisce lo spazio della libertà concreta.
L’iperconnessione viene spesso celebrata come una conquista. In realtà essa può trasformarsi in controllo del desiderio, orientamento dall’alto delle preferenze, eterodirezione nella fruizione dei contenuti informativi, profilazione continua di dati sensibili e personali. L’individuo si convince di scegliere liberamente, mentre sempre più spesso si limita a selezionare tra opzioni già predisposte da altri.Il problema non è soltanto tecnologico. È eminentemente politico. Il costo spropositato delle nuove infrastrutture digitali e la loro capacità di influenzare equilibri economici e geopolitici producono una conseguenza quasi inevitabile: moltissimo potere nelle mani di pochissimi. E, insieme al potere, un unico pensiero che entra in tutte le case, che plasma linguaggi e desideri, che si presenta come neutrale e inevitabile, senza la minima intenzione di lasciare spazio al dubbio.
La privatizzazione delle nuove tecnologie rende ancora più delicata la situazione. Piattaforme, algoritmi, sistemi di raccolta dei dati e modelli di intelligenza artificiale sono in gran parte nelle mani di soggetti privati che esercitano un’influenza crescente sulla vita pubblica. Il confine tra interesse economico e potere politico diventa sempre più sfumato. Chi controlla i flussi informativi finisce inevitabilmente per influenzare le democrazie.
In questo scenario torna sorprendentemente attuale Trasimaco. Nel primo libro della Repubblica di Platone, egli sostiene che la giustizia non è altro che l’utile del più forte. Una tesi scandalosa, ma terribilmente moderna. Chi detiene il potere stabilisce ciò che è giusto, ciò che è vero, persino ciò che è desiderabile. Oggi il più forte non indossa necessariamente una corona né guida un esercito. Può possedere una piattaforma, un algoritmo, una rete di dati.Il merito maggiore di Magnifica Humanitas consiste proprio nel rifiuto di ogni ingenuo entusiasmo tecnologico. L’enciclica ricorda che la tecnica è uno strumento e non un destino. Nessun algoritmo può sostituire la coscienza, nessuna macchina può assorbire la dignità della persona, nessuna efficienza può giustificare la rinuncia alla libertà.
Per questo il testo del Papa appare, in definitiva, come un invito alla vigilanza. Perché il vero pericolo non è una tecnologia ostile. Il vero pericolo è una società che, affascinata dalla comodità e dalla velocità, smette lentamente di accorgersi di aver consegnato ad altri la propria libertà.
E forse è proprio questa la domanda più inquietante che emerge dall’enciclica: se tutto è connesso, chi è realmente al comando? E soprattutto, siamo ancora capaci di desiderare ciò che non ci è stato suggerito?