di Mario Staglianò
La nostra è un’epoca di saturazione permanente. Le informazioni non ci cercano più: ci inseguono. Entrano nel telefono, sul computer, in televisione, mentre mangiamo, lavoriamo, viaggiamo. Una notifica richiama l’altra, una notizia ne cancella immediatamente una precedente, un’immagine viene sostituita da un’altra prima ancora che abbiamo avuto il tempo di comprenderla. Siamo sempre informati, sempre aggiornati, sempre connessi. Eppure qualcosa, in questo trionfo apparente dell’informazione, non torna. Perché sapere tutto non significa necessariamente capire qualcosa. Anzi, il paradosso del nostro tempo è proprio questo: più aumenta la quantità di informazioni a nostra disposizione, più sembra diminuire la nostra capacità di afferrare la complessità della realtà. Conosciamo il dettaglio dell’ultima ora, ma perdiamo il filo della storia. Sappiamo che cosa è accaduto pochi minuti fa ma, spesso, non sappiamo più perché sia accaduto. È come se l’informazione, invece di aiutarci a orientarci nel mondo, avesse cominciato a sostituirsi al mondo stesso.
Guardiamo telegiornali, talk show, dirette, approfondimenti. Seguiamo guerre, crisi politiche, tragedie, scandali e catastrofi praticamente in tempo reale. Abbiamo l’impressione di essere dentro gli avvenimenti, di partecipare alla vita pubblica, di non perderci nulla. Ma quella che chiamiamo partecipazione rischia spesso di essere soltanto una forma più sofisticata di spettatorialità.Guardiamo. Reagiamo. Commentiamo. Condividiamo. E poi passiamo oltre.
È proprio qui che il meccanismo diventa perverso. Il sistema dell’informazione ha bisogno della nostra attenzione e, per conquistarla, deve continuamente accelerare, semplificare, spettacolarizzare. Ogni avvenimento deve diventare immediatamente riconoscibile, emotivamente coinvolgente, facilmente consumabile. La tragedia deve avere un’immagine, la politica uno scontro, il dolore una scena, il dibattito un vincitore e un perdente.La realtà, insomma, deve imparare le regole dello spettacolo.E quando tutto viene trasformato in spettacolo, anche il dolore rischia di perdere il suo significato. Una guerra può diventare una sequenza di immagini, una tragedia una diretta televisiva, la sofferenza di una persona un contenuto da commentare. Ci indigniamo, ci commuoviamo, pronunciamo il nostro giudizio e, poche ore dopo, siamo già alle prese con un’altra emergenza.Anche l’indignazione, così, è diventata usa e getta.
Questo continuo passaggio da un’emozione all’altra produce una conseguenza ancora più profonda: ci abitua a vivere gli avvenimenti senza elaborarli. Il dolore del mondo viene anestetizzato dalla sua stessa rappresentazione. Vediamo talmente tante tragedie che rischiamo di non avere più il tempo né, forse, la disposizione d’animo
per fermarci davanti a ciascuna di esse. Ed è proprio a questo punto che la connessione permanente può trasformarsi nel suo contrario: nell’isolamento.
Sembra un paradosso, ma non lo è. Possiamo essere collegati contemporaneamente a migliaia di persone e sentirci completamente estranei alla realtà che ci circonda. Essere connessi significa ricevere continuamente messaggi; non significa necessariamente entrare in rapporto con ciò che quei messaggi raccontano.Il cittadino iper-connesso rischia così di diventare un cittadino-spettatore. Assiste agli avvenimenti, li giudica rapidamente, esprime la propria indignazione e passa alla notizia successiva. Crede di partecipare perché può commentare tutto ma, spesso, la sua partecipazione si esaurisce proprio nel commento.
La democrazia, invece, richiede qualcosa di molto più lento e faticoso: attenzione, memoria, confronto, capacità di ascoltare, verifica delle fonti e disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni. Non basta sapere che cosa è successo. Bisogna chiedersi perché sia successo, quali siano le conseguenze e, soprattutto, da quale punto di vista ci venga raccontato. Perché tra noi e la realtà esiste ormai uno schermo e quello schermo non è neutrale. Seleziona, ordina, ingrandisce, nasconde. Decide continuamente che cosa meriti la nostra attenzione e che cosa possa invece scomparire nel rumore di fondo. In questo modo il rischio non è soltanto quello di ricevere informazioni false. È qualcosa di più sottile: ricevere informazioni vere, ma frammentarie, decontestualizzate, private del tempo necessario per comprenderle. È così che l’eccesso di informazione può produrre ignoranza. Non l’ignoranza di chi non sa ma quella, molto più insidiosa, di chi sa moltissime cose senza riuscire più a collegarle.
Ed allora il problema della nostra epoca non è soltanto che siamo bombardati dalle informazioni. È che tutte le informazioni arrivano con la stessa urgenza. Una guerra, una crisi economica, una partita, una polemica televisiva, un video virale: tutto viene gettato nello stesso flusso e tutto reclama la nostra attenzione nello stesso istante. La realtà viene così schiacciata in una successione interminabile di presente. Non c’è più ieri, perché è già stato sostituito dalla notizia di oggi. Non c’è quasi più domani, perché bisogna sapere immediatamente che cosa sta accadendo adesso. Ma senza memoria e senza tempo anche la comprensione diventa impossibile. Per questo, paradossalmente, il gesto più radicale potrebbe essere proprio quello di rallentare. Non per rifiutare l’informazione, ma per tornare a darle un peso. Leggere un articolo fino in fondo invece di fermarsi al titolo. Confrontare le fonti. Accettare di non avere immediatamente un’opinione su tutto. Lasciare che una domanda rimanga aperta abbastanza a lungo da diventare davvero una domanda.
In una società che ci spinge continuamente a reagire, pensare è diventato quasi un atto di resistenza. Riappropriarsi del proprio tempo significa allora anche sottrarsi, almeno per qualche momento, alla narrazione permanente nella quale siamo immersi. Significa tornare a osservare i fatti con maggiore lucidità, distinguendo ciò che merita davvero la nostra attenzione da ciò che pretende soltanto di conquistarla. Il vero potere intellettuale, oggi, non consiste nel sapere tutto. Nessuno può farlo. Consiste nel saper distinguere: un fatto da un’opinione, una fonte da una voce, un’analisi da una reazione, un’informazione da uno spettacolo. E, soprattutto, nel recuperare una facoltà che il rumore continuo rischia di indebolire: il diritto di pensare prima di reagire. Perché la domanda più importante della nostra epoca non è quanto siamo informati, ma quanto siamo ancora capaci di comprendere ciò che ci viene raccontato. Abbiamo costruito una società in cui essere connessi è diventato quasi un obbligo. La vera sfida, adesso, è evitare che quella connessione ci separi dalla realtà. Perché si può essere connessi con il mondo intero e, nello stesso tempo, vivere sempre più isolati da esso.












