Home Arte e Cultura FORTUNATO Nel romanzo di Larosa l’innocente vittima di una “retata”

FORTUNATO Nel romanzo di Larosa l’innocente vittima di una “retata”

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di Gianluca Albanese

SIDERNO – Se tutti mettessero la dovuta dose di umanità nelle proprie attività quotidiane certi errori si potrebbero prevenire. Ed evitare. Anche e soprattutto quelli giudiziari.

Il monito è rivolto a tutti: inquirenti, magistrati, avvocati, imputati, cancellieri, giornalisti.

E’ questo il profondo insegnamento che si trae dalla lettura di “Fortunato” (Ronzani Editore, 2021) il nuovo giallo di Bruno Larosa, avvocato e romanziere, ambientato tra la Locride e Napoli.

E se è facile intravedere elementi autobiografici nella figura dell’avvocato Castiglione, anch’egli originario di Locri ma trapiantato a Napoli come l’autore, è divenuta triste consuetudine immedesimarsi nella disavventura del protagonista che, a dispetto del nome, è talmente lontano dal bacio della buona sorte da venire coinvolto in una maxi-retata in cui conosce, suo malgrado, quello che De Andrè definì “Il ruolo più eccitante della legge: quello che non protegge”.

E ai tanti Fortunato che hanno conosciuto, da innocenti, i pedinamenti, le case messe a soqquadro alle 4 del mattino, la custodia cautelare in carcere, la reiezione delle domande di scarcerazione al Tribunale del Riesame e i lunghi mesi e anni dietro le sbarre prima di una decisione nella quale forse non ci speravano più, è dedicata l’essenza di questo romanzo.

L’autore è abile nel condurre il lettore nello stupore della famiglia del presunto reo al momento dell’arresto, che diventa, complice una ben rodata macchina del fango, un fuorilegge per l’opinione pubblica. Ma non solo. Tra i banchi del Tribunale di Locri o in quelli di un più grande palazzo di giustizia partenopeo, la vita, gli odori, i rumori, le frasi a mezza voce di curiosi addetti alla cancelleria, i tic e i vizi di avvocati e magistrati sono simili, così come le pubbliche virtù e i vizi privati, anche di chi rappresenta lo Stato. Cambia solo la qualità del caffè, almeno secondo l’autore, che vive la sua Napoli tra botteghe sartoriali di cravatte di prestigio e il balcone in cui ama celebrare, a modo suo, ogni XXV Aprile. A Locri e la Locride, invece, lo lega un rapporto di odio-amore, tra la bellezza di certi paesaggi e degli home restaurant con museo privato e le “glorie antiche e di altre genti” di cui menano vanto gli abitanti di “un paese pigramente adagiato sullo Jonio”.

Un legal thriller che tiene col fiato sospeso il lettore fino alla fine e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che non esiste una chiara linea di demarcazione tra buoni e cattivi. C’è, piuttosto, una cartina di Tornasole, ed è l’umanità. Troppe volte lasciata in un cassetto.

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