di Gianluca Albanese
Appartenere alla cosiddetta “Generazione X” è stata, in gioventù, una gran fregatura. Chi è nato tra la metà degli anni ’60 alla fine dei ’70, infatti, avrà anche vissuto il piacere della scoperta col passaggio dalla Tv in bianco e nero a quella a colori, dall’analogico al digitale, smanettando per prima sul web coi lentissimi e rumorosissimi modem a 56K, ma forse è stata l’ultima ad avere genitori poco dialoganti e decisamente meno “amici” di quelli attuali. Madri e padri dai quali spesso ci si nascondeva per fare quello che si percepiva come proibito e ci si allontanava con l’avvicinarsi dell’età adulta, salvo poi scoprirsi simili una volta passati i quaranta.
Lo cantava Antonello Venditti quando quelli della Generazione “X” andavano ancora a scuola e si immedesimavano nel verso di “Giulio Cesare”«…e mio padre una montagna troppo alta da scalare». Proprio così, chi non ha avuto tra i 50-60enni di oggi un padre, una madre, uno zio, un adulto vissuto come un’autorità morale in un nucleo familiare gestito con metodi e filosofia teocratica e che rappresentava la famigerata montagna troppo alta da scalare?
Lo ha avuto sicuramente Igor, protagonista de “L’idiota di famiglia” di Dario Ferrari, uscito a febbraio per Sellerio. La prosa leggera, irriverente e sapientemente innervata di sana ironia già apprezzata in “La ricreazione è finita” (uscito sempre per Sellerio nel 2023 e finalista, tra gli altri, al premio “Mario La Cava” 2024) e nel giallo Mondadori “La quarta versione di Giuda” del 2020, oggi si permea delle tenui e malinconiche tinte del vissuto del quarantenne protagonista Igor, insinuandosi nel suo rapporto col severissimo padre “Herr Professor”, con una sorella dallo spirito indipendente e un nipote ipercritico. C’è anche una storia d’amore problematico con una donna che trova nel suo talento creativo la via d’uscita da traumi e dispiaceri personali. E un senso di diffusa e perdurante inadeguatezza del protagonista, che si coglie facilmente dal suo “io narrante”.
L’unica fatica richiesta al lettore davanti alle cinquecento e passa pagine del romanzo è quella di resistere alla tentazione di leggerlo tutto d’un fiato. Perché “L’idiota di famiglia” va degustato lentamente come certi rossi di una Toscana sempre presente nelle pagine del libro: ci sono l’ironia corrosiva dei suoi figli, il campanilismo e la nascita e la fine dell’utopia, tra esperienze rivoluzionarie locali e il centralismo democratico del vecchio Pci.
Chi si immerge nella lettura di quello che forse è il romanzo migliore dei tre scritti da Ferrari diventa uno di famiglia: viene fatto accomodare nel salotto buono della casa dei protagonisti che odora di pareti intere colme di libri letti e vissuti, ma usa anche il bagno di servizio col tappetino umido e il water troppo piccolo. Osserva il protagonista provare a giocare un ruolo quasi paterno col nipote al parco e si ritrova a origliare dal tavolo vicino al bar la sua conversazione con Marta, colta a margine di un premio letterario, che chi è abituato a dialogare con sé stesso e le sue profondità considera il punto più alto dell’intero romanzo.
Non ci sono grossi colpi di scena ma c’è tanta vita, e tutto il grande talento narrativo dell’autore e quell’autenticità che lo ha reso popolare. Narrativa pura e di alto livello.













