di Enzo Romeo
Ho sessant’anni e sono giornalista, diciamo meglio comunicatore, da 44 anni. Avevo 16 quando mi piazzai davanti ad un microfono e cominciai a balbettare qualche parola. Si, avete capito bene, balbettare. Ero teso, emozionato e, certamente, felice. Comunque, avevo capito il mio futuro di lavoro. Con Sergio De Felice, oggi acclamato avvocato e stimatissimo giurista, con studio a Roma, e Claudio Panetta, rimasto uomo prevalentemente di radio ed organizzatore di serata musicali, diedi vita a Magic Music. Era il 1981 e quel titolo, sinceramente, lo pensai io. Niente di eccezionale, riconosco. Insomma, eravamo tre disk jockey in erba, con tanta spensieratezza e tanti sogni. Poi a poco più di 17 anni arrivò la televisione e feci l’esordio, con Saro Bella ad Anteprima Sport, il programma del sabato in cui si parlava dei vari campionati di calcio e degli altri sport, che andava in onda su Tele Radio Sud, fondata dall’ indimenticato Mimmo Archinà.
Da lì sono passati anni, ho fatto una gavetta sicuramente eccessiva (nella vita ci vuole culo), ho avuto incarichi di coordinamento nei giornali e in TV, ho fatto il direttore (infelice) di una testata e ho lavorato come inviato per un’agenzia radiofonica nazionale, esperienza che mi ha coinvolto in ogni senso e che mi ha permesso di vivere e raccontare fatti gravissimi ed eventi importanti, nazionale di calcio compresa.
Ho gestito e diretto pure la comunicazione di istituzioni e società pubbliche e private. Ho fatto anche qualche scoop, ma nessuno se lo ricorda, soprattutto gli addetti ai lavori. E che ci vuoi fare? È così, accade che se tu riconosci i meriti altrui, puoi stare certo che, al 99 per cento, non riceverai lo stesso trattamento. Tant’è, andiamo avanti.
Ovviamente qualche obiettivo l’ho raggiunto, qualche stipendio l’ho portato a casa, ho raggiunto il professionismo ed è sicuramente meglio fare un lavoro che ti piace, pur non raggiungendo Rai o Mediaset o La 7, anziché scavare rocce in miniera. Insomma, non sono un frustrato professionale, sebbene abbia la consapevolezza che avrei meritato di più.
Di errori commessi? Tanti? Il più grande? Non avere mai alimentato relazioni in modo utilitaristico, ne aver fatto parte di cerchi magici. I cerchi magici sono da sempre fondamentali. Non devono essere necessariamente di lavoro, possono essere anche mondani o, comunque, strumenti di relazioni sociali e di alimentazione di rapporti personali che possano dare, anche in prospettiva lontana, occasioni di crescita professionale rilevanti. Non abbiate dubbi: la maggior parte delle carriere si sviluppa, cresce, grazie alle capacità relazionali. Io credo di averle ma, se sapientemente o se improvvidamente non so, sono sempre stato allergico ai cerchi magici. Non che non ami la mondanità, ci mancherebbe, amo divertirmi e stare in bella compagnia, ma la frequentazione deve essere alla pari, senza dominus o senza test di ingresso. Socialmente, eticamente sono odiosi, quando si tratta di contesti nei quali si confrontano persone tranquille e serie.
Diverso è il ragionamento se si tratti di persone pericolose, ovviamente. Vedete, sono stato invitato in case e salotti (pranzi e cene comprese) importanti, diciamo pure che avrebbero potuto essere utili alla mia causa. Ho invitato nel mio modesto salotto persone autorevoli e di potere. Non ho mai chiesto niente. Anzi in due sole occasioni, per un’emergenza personale, chiesi una semplicissima informazione che questi soggetti avrebbero potuto darmi in meno di un’ora. In un’occasione mi è stato risposto che in quel momento per una situazione personale di eccessiva stanchezza e stress non poteva considerarmi. Per una informazione? Per una semplice acquisizione di notizie? Mah! Ovviamente capii l’antifona, avevo nettamente colto il timore nel mio interlocutore di una susseguente richiesta più onerosa. Temette magari una raccomandazione? Ringraziai e tolsi il disturbo definitivamente. In un’altra occasione invece non ebbi risposta. Sono passati lustri e naturalmente non la aspetto più. Ma negli anni successivi, in via indiretta, fui cercato da questa seconda persona, per andare a moderare un paio di eventi che la interessavano. Eh si, perché c’è la convinzione che, se ti dimostri educato e garbato, quale realmente sei, si da per scontato che tu debba metterti a disposizione. Dissi di no. Non per ripicca, ma semplicemente perché avrei dato di me l’idea di uno schiavo felice e pronto a soddisfare le esigenze di chi era, anche per validi meriti perché negarlo, dominus.
Le cene, i pranzi, i salotti dentro i cerchi magici non hanno mai avuto inizio e quindi nessuna prosecuzione. Se ne ho fatto parte, non ne sono stato consapevole e appena ho capito come era l’andazzo – è bastato pochissimo tempo – sacrificando rapporti amicali che toccavano anche chi stava a me vicino, ho detto bye bye. Perché i cerchi magici, amici lettori, quale che sia la loro dimensione, funzionano così: c’è un sultano ed anche la sultana, tutti gli altri hanno un solo tacito compito: onorare, lusingare, adulare e adorare. Ma un bel vaffa no?













