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Gli antichi Caffè di Reggio Calabria: uno spaccato nostrano di un costume nazionale

29 Aprile 2025
in Sotto la Lente
Tempo stimato: 9 min per leggerlo
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di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte web)

Uno spaccato della vita sociale, della Reggio ante 1908, lo ritroviamo nei Caffè che, come in tutta Italia, da semplici luoghi di ristoro, durante le passeggiate sulla via principale della Città, avevano assunto la fisionomia di luoghi di ritrovo per lo scambio di idee, quali centri di discussioni politiche e letterarie e si erano conquistati un ruolo ben preciso divenendo via via caratterizzati dai frequentatori di ognuno di essi, cosicché si delineò il Caffè dei nobili come quello più democratico, il più rinomato per le prelibatezze e quello più intellettuale, e così via.

Gli usi ed i costumi della nostra Reggio ci rivelano una città, forse ancora provinciale, ma sicuramente poco distante per abitudini e fermento intellettuale dal resto d’Italia. Il Gran Caffè “Siracusa”, con annesso Il Cinema Teatro “Siracusa”, fu progettato, nel 1921 in stile liberty, dagli ingegneri Barbaro e Canova e impreziosito con alcuni bassorilievi dello scultore reggino Ezio Roscitano. All’incrocio tra il Corso Garibaldi e la via 2 settembre si apriva, ad angolo tondo, una porta girevole che consentiva l’ingresso al Caffè e dalla stessa si poteva accedere al teatro Politeama, che, ancora oggi, si affaccia sul Corso Garibaldi con diversi ingressi. Di fronte al Politeama, superato il Corso, era stato realizzato un piccolo chalet limitato, dalla parte del cortile dell’Istituto Magistrale, da una parete coperta di vegetazione che faceva da sfondo al palchetto della musica e conferiva un aspetto suggestivo a tutto il giardinetto ombreggiato da un pergolato di glicini. Proprio sul Corso, invece, una ringhiera in ferro ornata di fiori, piuttosto bassa e munita di cancello, delimitava il marciapiede dove tanta gente aveva l’abitudine di sostare per ascoltare la musica eseguita dal maestro Nino Battaglia e dalla brava violinista soprannominata “Sci Sciò”. I tavolini erano sempre occupati dallo stesso gruppo di personaggi in vista, inclini alle piacevolezze offerte dal posto. In città il Caffè-Cinema Siracusa fece sempre parlare di sé non solo per i suoi frequentatori, ma anche per i tradizionali veglioni di Carnevale e di San Silvestro, per le celebrazioni di ricorrenze fasciste, per la conferenze di illustri personaggi della cultura del tempo e per le famose compagnie teatrali che calcavano le sue scene con protagonisti i più famosi attori di quell’epoca,tra i quali: Angelo Musco, Ruggero Ruggeri, Macario e Wanda Osiris.

Di seguito, sono selezionati alcuni stralci scritti da Gaetano Sardiello e tratti da “Reggio Calabria, bella e gentile”a cura di Enzo Laganà ed Enza Barbaro, Sinefine edizioni, volume primo. E così la foto, a corredo dell’articolo, è anch’essa tratta dallo stesso volume. “La vita semplice qualche anno prima che il terremoto, sconvolgendola, la trasformasse nella piccola cittadina di provincia (…) Vita di un piccolo mondo che si alimentava,come di autentiche profonde passioni,dell’amore e del gusto dei «trattenimenti» nei Circoli di riunione, delle scampagnate in occasione delle feste rionali, della stagione lirica teatrale,della musica in piazza. (…) Punto d’incontro di molte personalità in vista (uomini della politica, artisti, professionisti,studiosi in cerca di distrazioni,elegantoni che amavano mettersi in mostra e soprattutto giornalisti, che vi facevano quasi il centro di raccolta e di trasmissione delle notizie nonché il saggio dei relativi commenti) erano i Caffé. Pur senza la fama dell’Aragno romano o le tradizioni del padovano Pedrocchi od il colore del napoletano Gambrinus, Reggio ne ebbe, per la sua vita di allora, diversi e caratteristici, allineati lungo il Corso Garibaldi nel quale la vita cittadina si accentrava. (…). Gli autentici «Caffé», invece, aprivano allora le porte. Il più famoso, il Caffé Spinelli (dal nome del suo proprietario) aveva fama di Caffè dei «nobili» un po’ per la centralissima ubicazione dinanzi alla «piazzetta» ( Piazza Italia), ma più per la qualità dei consueti frequentatori. Ma si diceva «da Spinelli» per indicare un punto della città anche più vasto dell’ambito di quel locale. (…) Da quello stesso alto ceto dei frequentatori dello Spinelli, davanti alle tre porte,che finivano per confondersi nella funzione ospitale ,si affiancavano nella sosta marchesi e baroni. (…) L’antagonista politico dell’ambiente Spinelli, l’on. Biagio Camagna, non era frequentatore dei Caffé. Si può ricordarlo qualche volta soltanto a gustare un gelato al Caffé Cassano, nella piazza del Duomo, celebrato per l’eccellente lavorazione dei rinfreschi, ma non caratterizzato da un particolare tono ambientale. (…) Ai tavoli marmorei dello Spinelli, al primo declinar dell’estate, i più appassionati amatori degli spettacoli (…) cercavano di conoscere le primizie, non senza enunciare le proprie simpatie per il tenore, più spesso, per il soprano, che avrebbero preferito. Allora il Caffé Spinelli serviva in pieno alla sua destinazione e, coi suoi tavoli collocati per l’occasione, invadeva anche il marciapiede dirimpetto. Nobili e borghesi si confondevano davanti ai saporosi rinfreschi e nella elevazione suscitata dalle dolci armonie della banda, diretta da maestri.(…) Un altro che poteva esser detto un locale per tutti era il Caffé Europa. (…) anche se quel locale aveva sede nel piano terreno del palazzo Vitrioli ove, nell’ultima metà dell’Ottocento, evocati nei metri latini del cantore dello Xiphias, tanti classici miti ebbero stanza. Bel Caffé Europa che, nel salone principale e nelle salette contigue, serbava e pareva difendere l’impronta di una borghese serietà quasi austera! Un contrasto del Caffé Spinelli poteva parere il Caffé Garibaldi, a poche centinaia di metri da quello, sull’altro lato del Corso, a un dipresso là dove ora è il portone del palazzo municipale, che a quel tempo sorgeva sul lato opposto, di fronte. Non soltanto quel nome, ma un grande ritratto dell’Eroe posto in alto ad una parete e, sotto quel quadro, alla sua scranna, la gagliarda figura del proprietario gli davano una nota risorgimentale, democratica. (…) Là convenivano pure, per dare od attinger notizie, per commentare la politica locale (…) i redattori dei settimanali cittadini. (…). Altro ci voleva per diradare il pubblico di quell’antico Caffé; e venne negli ultimi tempi di quella vita reggina avanti il disastro che travolse la città; e fu il sorgere, a meno di trecento metri dal «Garibaldi», nel tratto fra via Osanna e via Fata Morgana, di un nuovo locale, di stile più moderno: la Buvette Italia, diretta da Belfanti, il capostipite di una distinta famiglia mantovana, che già allora aveva legato il suo nome alla vita reggina nella gestione di ritrovi ed alberghi del più grande decoro per la città. Piuttosto che un Caffè, secondo l’antico carattere esteriore di tali ritrovi , doveva dirsi (…) un bar; e forse appunto per quel suo stile che imponeva l’andirivieni dei frequentatori soltanto sulla porta e sul tratto di marciapiede innanzi, la Buvette Italia divenne presto una nota di colore nel movimento del Corso. Un picchetto di giornalisti non vi mancava mai ed, in alcune ore del giorno e della sera, si univano a quel gruppo «signori» che vi passavano qualche ora di svago, impiegati che uscivano dall’ufficio, professori nelle ore libere dalla scuola; molti attratti dalla novità, abbandonando od alternando l’antica consuetudine del Garibaldi o dello Spinelli. (…). Qualche profilo nuovo di tanto in tanto si aggiungeva: di giovani specialmente, anzi di giovanissimi. (…). Non che i giornalisti fossero il pubblico esclusivo della Buvette. Altri toni, altre sfumature erano in quella macchia di colore. (…) Glieli conferivano tipi e figure del più diverso stampo; dal marchese Felice Genoese Zerbi, un gentiluomo di alta signorilità e di generosità proverbiale, propulsore di innumeri iniziative ispirate a principi e sentimenti democratici, dietro le quali non sarebbe stato mai possibile scorgere l’ombra più remota di una sua mira od ambizione personale. (…) Più si elevava il tono quando si accendevano e propagavano conversazioni e discussioni più strettamente culturali ed artistiche (…) Quali accesi dibattiti per Gloria di Francesco Cilea, presentata proprio nel 1907 alla «Scala» di Milano, diretta da Arturo Toscanini e tanto variamente giudicata dalla critica (…) i dibattiti echeggiavano poi e continuavano nei «Circoli», nelle scuole, nei salotti, ovunque quella vita cittadina più si mostrava sensibile a certi problemi. In taluni giorni dell’anno, nell’occasione di festività cittadine o di qualche importante avvenimento (e sempre il Corso Garibaldi ne era il naturale teatro) i Caffé venivano addirittura invasi ed erano veramente di tutti. Per tempo ne venivano occupate le sedie attorno ai tavolini lungo i marciapiedi: risorsa agognata di quanti non potevano fare assegnamento sull’ospitalità di un balcone amico o non gradivano altra sosta che non facesse sperare la possibilità di un riposo. I Caffé diventavano allora tribune: sulle sedie, sui tavoli sorgevano siepi di uomini e di donne che vi godevano la sfilata delle maschere o quella dei carri allegorici, il «corso dei fiori» o la «passeggiata storica» (…) e specialmente, nella mattinata del sabato settembrino, da cui avevano inizio le feste patronali ,la tradizionale processione della Madonna. La Vara con la Sacra Immagine, portata da uomini del popolo, scendeva dal vecchio Eremo francescano in città fra i ceri accesi, le musiche, i canti, seguita dalle autorità ecclesiastiche e civili e da una fiumana di popolo, in una scena pittoresca sfavillante di cento colori sui quali trionfava l’azzurro degli abiti maschili o femminili di tanti che, per voto, vestivano del colore della veste della Madonna. Un soffio travolgente di vita si levava dalla folla nel grido rinnovantesi, appassionato, prepotente di «Viva Maria…», esaltando insieme la semplice e profonda fede religiosa ed il senso dell’antica tradizione cittadina. Quel giorno, in quell’ora anche la vita dei Caffé era soltanto una nota della gioia e del sentimento comuni, avvivati dai ricordi ed irraggiati dalle speranze di tutto il popolo”.

Oggi il “salotto buono” della Città, dove si affacciavano i Caffè, ha mutato in parte la sua fisionomia architettonica e naturalmente la sua funzionalità tanto da divenire, con il passare dei decenni, una vetrina a cielo aperto catalizzante sia lo shopping che l’aggregazione spontanea dei cittadini in un andirivieni frenetico che concede poco alla sosta nelle pochissime librerie rimaste. E il centro della vita politica ed economica della Città, che si affaccia sul Corso, rimane ancora oggi sempre sospeso fra il desiderio di rinnovamento e la volontà altalenante di conservare alcuni luoghi storici. I Caffè, oggi in parte perduti o irrecuperabili soprattutto negli arredi liberty e nella loro peculiare filosofia, sono stati oltre che simbolo e fermento culturale di un’epoca, sicuramente la sintesi più popolare di una Reggio che meritava di essere custodita quale memoria storica così come è avvenuto in altre Città più lungimiranti.

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Tags: CafféCenni storicireggio calabria
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