di Mario Staglianò
Viviamo dentro una macchina che ci ha convinti di essere liberi. Questo è il punto di partenza, e già basterebbe a tenerci svegli la notte. La tecnica, nella sua forma attuale, non è uno strumento. È un soggetto. Ha smesso di servire l’uomo nel Seicento, quando la rivoluzione scientifica le ha consegnato il calcolo come linguaggio universale — e da quel momento in poi è andata avanti da sola, per conto proprio, secondo una logica di espansione che non conosce limite e non ammette scopo esterno a sé stessa. Non produce per soddisfare bisogni: produce per riprodursi. Non cresce per servire la vita: cresce perché crescere è la sua unica legge.
Il capitalismo ha trovato in questa macchina il complice perfetto. I due si sono fusi, e dalla fusione è nato qualcosa che non è più riducibile a nessuno dei due: un dispositivo di dominio assoluto che governa non solo l’economia, non solo il lavoro, ma la forma stessa del pensiero e del desiderio. Una tecno-archía — un potere che non ha volto, non ha sede, non ha nome, ma che è ovunque e non lascia niente fuori di sé.
Il genio di questo sistema è che non ha bisogno di manganelli. Ha inventato qualcosa di molto più efficace: ci ha convinti che le nostre catene siano le nostre preferenze. Che lo scrolling compulsivo sia curiosità. Che la sorveglianza algoritmica sia personalizzazione. Che il conformismo digitale sia identità. Siamo stati atomizzati — ridotti a monadi separate, incapaci di comunicare davvero — e poi reintegrati come ingranaggi docili di una macchina che ci sorride mentre ci svuota. È una servitù che sembra razionale, perché dentro di essa si vive materialmente meglio che mai. Il problema è che “vivere meglio” ha smesso di significare “vivere”.
Molti hanno creduto che le forze produttive fossero progressiste per natura, che la tecnica fosse neutrale, che il problema fosse solo chi la controllava. Errore madornale. La tecnica non è neutrale — è strutturalmente orientata verso la propria espansione, e chiunque pensi di cavalcarla per fini emancipatori finisce per essere cavalcato da lei. Oggi i progressismi europei non fanno nemmeno più finta: sono semplicemente la versione gentile e arcobaleno del neoliberismo, gestori sorridenti dello stesso ordine.
E allora? Riformare il sistema dall’interno? Impossibile, per definizione. Un dispositivo che è causa di se stesso non accetta correzioni — le assorbe, le neutralizza, le trasforma in nuovi prodotti da vendere. La resistenza diventa brand, la critica diventa contenuto, la ribellione diventa estetica.
L’unica via che rimane è la più scomoda: mettere in discussione i fondamenti. Non correggere la macchina — smettere di credere che la macchina sia il destino. Recuperare uno spazio di pensiero non calcolante, restituire alla politica il senso di un dialogo tra esseri umani che decidono insieme della propria vita, contrapporre alla razionalità strumentale delle macchine la ragione aperta, imprevedibile, inutilmente libera dell’immaginazione.
La domanda finale è antica e non ha risposta facile: l’essere umano è davvero solo un animale che calcola? O c’è qualcosa nell’umano — call it dignità, libertà, immaginazione, follia — che eccede il calcolo e che nessun algoritmo potrà mai ottimizzare? Da come si risponde a questa domanda dipende tutto il resto. Dipende se la Terra sarà ancora abitabile. Dipende se varrà ancora la pena abitarla.



























