di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte Ansa)
La ‘Snapchat dysmorphia’ è una percezione alterata della propria immagine, associata alle aspettative irrealistiche di assomigliare alla versione di sé migliorata dai filtri bellezza. Essendo la realtà molto distante dalle immagini fotoritoccate e prive di imperfezioni dei social, vengono alimentati questi estremi fenomeni e a sottolinearne i rischi è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (Sidemast), in occasione del congresso nazionale di Rimini.
Quindi il fenomeno, noto in letteratura scientifica anche con il nome di Selfie o Zoom dysmorphia, nasce dal confronto con immagini modificate e dalla conseguente insoddisfazione per la differenza tra versione reale e digitale. Può essere al contempo legato ad ansia e stress, oltre che all’abuso di trattamenti, a volte anche dannosi. Roberta Giuffrida, dermatologa del Policlinico Martino di Messina ha affermato:”Sempre più spesso le pazienti ci chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social” e aggiunge: “Il rischio è che si insegua un’immagine irrealistica di sé dimenticando che la pelle ha caratteristiche biologiche e individuali che vanno rispettate”.
TikTok, Instagram e YouTube sono diventati però anche strumenti di ricerca per problemi dermatologici, dove, ancor più che sui siti web, circolano contenuti non verificati, basati su esperienze individuali di influencer. Fino a otto pazienti su dieci cercano informazioni sulla propria malattia prima di consultare un dermatologo e afferma Maria Concetta Fargnoli, direttore scientifico dell’Istituto Dermatologico San Gallicano Irccs di Roma:
“con il rischio di diagnosi fai-da-te e trattamenti non appropriati, seguendo indicazioni non supportate dalla scienza. Un ulteriore rischio deriva dall’uso di app per valutare lesioni cutanee, che possono generare false rassicurazioni. In questo scenario il ruolo del dermatologo resta centrale e sottolinea Fargnoli: “La diagnosi non si basa solo sull’immagine di una lesione, ma su una valutazione clinica completa, che comprende anamnesi, esame obiettivo e contesto del paziente”.



























