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CARCERE E STATO DI DIRITTO Il pensiero convergente di Sandro Figliomeni e Roberto Saviano

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di Gianluca Albanese

SIDERNO – La lettera aperta inviata dall’ex sindaco di Siderno Sandro Figliomeni dal carcere di Sulmona ha riscosso grande interesse e apprezzamento tra i lettori di questa testata che ha inteso pubblicarla senza indugio e la cui lettura riproponiamo a chi l’avesse persa:

Pone, infatti, una questione molto attuale, ovvero quella del fervore giustizialista che ha inquinato il dibattito politico, arrivando, per assecondare lo spirito di pancia della gente, a influire in maniera determinante in quello che lo stesso Figliomeni definisce “l’imbarbarimento del sistema giuridico italiano”, compiendo altresì un’analisi del contesto storico in cui vennero assunte certe scelte politiche come il carcere duro per i mafiosi e una critica sul modo in cui, a giudizio dell’estensore della lettera, certi concetti si usino in maniera distorta per ragioni di opportunismo politico, come accaduto nei giorni scorsi, quando la scarcerazione (con contestuale destinazione agli arresti domiciliari) di alcuni boss mafiosi in precarie condizioni di salute ha permesso a una certa informazione e a una certa politica di attaccare in maniera selvaggia e indiscriminata il Ministro della Giustizia Bona fede. Lo stesso PM Di Matteo ha usato una trasmissione in prima serata Tv dalla chiara linea populista come “L’Arena” di Giletti, per rivelare, con due anni di ritardo, alcuni retroscena riguardanti la sua mancata nomina al vertice del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, accusando l’uomo di Governo di aver ceduto ad asserite pressioni da parte di mafiosi.

Lo scriviamo noi che, nei lustri precedenti – Figliomeni fu sindaco di Siderno dal 2001 al 2010 – contestammo aspramente le scelte amministrative della giunta da lui capeggiata. Non per partito preso o per ragioni personali, ma per compiere quel sacrosanto diritto-dovere d’informazione esercitato da una  stampa libera e non in vendita al miglior offerente, che analizza le scelte politiche e/o amministrative di chi riveste cariche elettive e, se necessario, ne evidenzia le incongruenze.

È la democrazia, bellezza.

E a chi non ricordasse quei periodi siamo sempre disponibili a fornire articoli dell’epoca e anche delle indicazioni bibliografiche.

Quindi, la nostra attuale valutazione è scevra da ipotetiche nostalgie del tempo che fu. Semmai, tiene conto dei contenuti di una lettera scritta da un uomo, ancor prima che un ex sindaco, che sta pagando il proprio debito con la giustizia per intero e, senza chiedere sconti o trattamenti di favore, pone questioni non attinenti al suo status individuale, ma che riguardano la giustizia penale nel suo complesso, dando voce, dunque, anche ai compagni di detenzione meno attrezzati culturalmente e meno avvezzi alla comunicazione pubblica.

E lo fa puntando l’indice contro la politica. Quella politica di cui è stato uno degli attori più importanti a livello comprensoriale con una buona visibilità su scala regione.

Quella politica che accusa di aver abdicato al proprio ruolo, agevolando l’ascesa di PM cosiddetti “d’assalto” che spesso debordano dalla propria funzione, condizionando un’opinione pubblica assente perché poco informata, più abituata a dare sfogo ai propri istinti sui social network che ad ascoltare, capire e studiare il perché di certi fenomeni.

Una politica che dal ciclone di “Mani Pulite” in poi ha rimescolato le carte, soprattutto nell’ambito della Sinistra, che ha messo da parte garantismo e umanità socialista, per fornire una sponda a PM divenuti parlamentari, ministri, sindaci e persino candidati alla presidenza del Consiglio dei Ministri, come nel caso di Ingroia, la cui fallimentare esperienza elettorale coincise con la quasi estinzione della cosiddetta “Sinistra radicale”. Lo scriviamo proprio noi che condividiamo e condividemmo l’anelito di rinnovamento e pulizia della classe dirigente e che però, avendo osservato il tentativo di realizzarlo cavalcando l’ondata giustizialista, adesso assistiamo alla prevalenza di forze sovraniste, populiste e dallo spirito autoritario, che amplificano certi concetti che fino agli anni ’90 appartenevano solo all’estrema destra che arringava le folle inneggiando, nel migliore dei casi, alla certezza della pena e, nel peggiore, alla pena di morte. Quelli che fanno il pieno di “like” su facebook scrivendo che “Bisognerebbe rinchiuderli e buttare via la chiave” e che, da destra a sinistra, passando per il centro, sanno che collocarsi sotto l’ombrello protettivo di una certa antimafia di parata e omologata, permette loro di poter contare su una foglia di fico utile a prendersi gioco del popolo bue e continuare a muoversi sottotraccia nella maniera più efficace per assecondare aspirazioni di carriera.

Senza fare nemmeno il solletico ai mafiosi.

Ecco perché giova ricordare che la lettera di Figliomeni giunge pochi giorni dopo l’intervento di un intellettuale come Roberto Saviano, uno che la violenza, le minacce e la forza prevaricatrice di mafia, ‘ndrangheta e soprattutto camorra conosce bene, vivendo sotto scorta da lustri e che, a proposito della polemica contro il ministro Bonafede per le asserite “scarcerazioni facili” di alcuni boss ha assunto una posizione coraggiosa e controcorrente, dicendo che “Un carcere senza diritti è un carcere mafioso; un carcere dove ogni dinamica umana è preclusa è un carcere dove comandano le organizzazioni criminali. Il diritto è lo strumento principale per combatterle. E tutelare la salute di un boss è combattere la mafia perché significa toglierle il potere della sua discrezionalità”. Insomma, per l’autore di “Gomorra” “Lo Stato di Diritto vale anche per Caino” perché “Se il carcere non ha diritti diventa un’accademia per criminali. Da un carcere sano, dove si recupera la vita, invece, usciranno persone diverse”.

Parola di Roberto Saviano, scrittore in prima linea contro la mafia perché sa che la repressione da sola non basta se non è affiancata da una grande presa di coscienza sul piano culturale.

E allora non c’è da stupirsi se, a proposito del ruolo e delle condizioni della detenzione e dello Stato di Diritto un condannato in via definitiva per 416bis e il nemico numero uno del clan dei Casalesi la pensino allo stesso modo.

Con buona pace di qualunquisti, populisti e leoni da tastiera.

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