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Home Arte e Cultura

L’Avvento nella poesia (dal Trecento all’Ottocento)

14 Dicembre 2023
in Arte e Cultura
Tempo stimato: 9 min per leggerlo
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foto fonte famigliacristiana.it

di Patrizia Massara

Il tempo di adventus = avvento (cioè venuta), che la Chiesa dedica alla preparazione del Natale nelle quattro settimane che lo precedono, ha assunto un carattere liturgico intorno al VI secolo in Francia. Il rotulus delle preghiere della Chiesa di Ravenna, che risale al V secolo, fa riferimento all’ Avvento e ad esso si riferirebbe una prescrizione del concilio di Saragozza del 380 d.C. Come la Quaresima anche I’ Avvento è tempo di penitenza e anticamente di digiuno in relazione alle preghiere e le afflizioni dei patriarchi e profeti dell’ antico Testamento che aspettavano la venuta del Messia.

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E’ in effetti il principio di tutto il cristianesimo, della religione “nuova” che predica un rinnovamento totale della vita umana. Di fronte all’ orgoglioso retaggio della cultura pagana dallo spirito aristocratico, si oppone come religione degli umili, dei diseredati, in una sfera di semplicità elementare. Oggi ancora una volta e ancor di più 1′ Avvento ci mette davanti al Mistero e contemporaneamente alla gioia dell’ Incarnazione.

Ed è proprio la figura di Maria che ci viene in soccorso, che fa da tramite tra la natura divina e quella umana anche nella poesia, quasi il nostro cuore non avrebbe retto a una meraviglia così grande, a Dio che si fa Uomo, quasi la nostra ragione non avrebbe potuto comprendere una così immensa manifestazione. E’ Lei, Immacolata Concezione, ma anche donna del suo tempo, che accoglie con coraggio e umiltà il volere di Dio, riconciliando 1′ umanità e il divino, facendosi così mediatrice della Grazia divina. E’ Lei che ci accompagna oltre lo stupore che si rinnova ogni anno nelle nostre anime per la Nascita e poi ci trasporta con la sua umanità fin sotto la Croce e davanti al Sepolcro scoperchiato.

Giovanni 1, 14 dice: “E il Verbo si è fatto carne, ed è abitato tra noi”, perché la promessa fatta da Dio ha avuto il suo compimento nel fiat di Maria. S. Paolo 1 a Timoteo, III, 16 : “Iddio si è manifestato in carne”. Il concetto che per i pagani sarebbe stata un’ antitesi, una grandezza eccedente i pensieri mortali e che come figura retorica potremmo definire un ossimoro, ha la sua piena realizzazione nell’Amore di Dio per tutti noi.

Dante nel XXIII del Paradiso riprende: “Quivi è la rosa che il verbo divino carne si fece”, in cui Maria è la rosa mistica della liturgia fra i gigli, gli Apostoli, per la santità dei quali gli uomini presero la via della legge cristiana. Ed è grazie a Maria, al suo farsi umile serva del Signore, che noi nello stesso istante siamo diventati figli suoi e fratelli di Cristo. Perciò ancora Dante nel XXXIII del Paradiso: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’ etterno consiglio, tu se colei che 1′ umana natura nobilitasti sì, che il suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si accese 1′ amore, per lo cui caldo ne I’ etterna pace così è germinato questo fiore”.

E ancora Sant’ Ambrogio (340-397 d. C.) nella sua prosa letteraria dall’eloquio così dolce da essere paragonato al miele : “Nel ventre della Vergine germinava la grazia del fiore del giglio”. Oppure sempre S. Ambrogio: “Fons pietati ex te ortus”, così nei testi sacri è chiamato Cristo, pel quale e nel quale si aprì la fonte della Misericordia Divina.

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Nella Laus Christi di Claudiano nei testi mediolatini si trova: “Autore della luce, prima che venissi alla luce, genitore di tua madre”. Maria, destinata dalla Provvidenza di Dio quale progenitrice della Speranza e quindi sorgente inesauribile della nostra speranza, inizia 1’età dell’umanità redenta. L’ansia del divino, il sospiro dell’ umanità a Dio, la nostalgia dell’ inattingibile viene colto dall’ Onnipotente che con incommensurabile Misericordia segna la strada che dobbiamo percorrere, da Maria al Calvario e alla Resurrezione, dalla nostra nascita alla nostra morte e alla nostra salvezza eterna. In Lei 1’Incarnazione, da Lei la Redenzione, per Lei il riaccendersi dell’ amore che il peccato aveva spento.

Un inno della Chiesa la chiama spes nostra invocazione piena di suggestione ma anche di autentica certezza. Maria in cui si fondono 1′ umano e il divino, per questo nostra intermediatrice presso Dio, è vista così dal Petrarca che si ispira a S. Giovanni nell’ Apocalisse: -‘Vergine bella, che di sol vestita, coronata di stelle, al sommo Sole piacesti sì che’n te tua luce ascose” e ” Vergine pura, d’ogni parte intera, del tuo parto gentil figliuola e madre, ch’ allumi questa vita e 1′ altra adorni”, e anche “Vergine benedetta che’l pianto d’ Eva in allegrezza torni”, poi “Tu partoristi il fonte di pietate e di giustizia il sol, che rasserena il secol pien d’ errori oscuri e folti. Tre dolci e cari nomi hai in te raccolti, madre figliuola e sposa”.

Più tardi una poetessa del Cinquecento, Gaspara Stampa, si espresse così: “Dolce Signor, che sei venuto in terra, ed hai presa per me terrena vesta per combatter e vincer questa guerra”, ci trasmette il senso del privilegio che hanno i cristiani sempre nella consapevolezza che questo scudo contro il peccato e fonte di salvezza non deve essere solo un dono da custodire, ma da condividere con gli altri popoli non ancora evangelizzati, affinché possano anch’ essi godere in questa vita della materna consolazione di Maria e della fratellanza in Cristo.

Del 1600 è il sacerdote e letterato spagnolo Luigi de Gòngora che in un celebre sonetto si espresse così: ‘Le è caduto un Garofano oggi all’ Aurora dal seno; come felice è il fieno ch’è caduto su di lui!” Più avanti: “Di un solo Garofano cinta la Vergine, aurora bella, al mondo lo porse, ma lei restò come prima fiorita”, e “Il fieno che fu degno non ostante quelle nevi di vedersi nelle braccia lievi questo divino incarnato”. Noi indegna umanità, come il fieno, siamo stati elevati due volte: la prima quando Dio ha scelto Maria come sua Madre e la seconda quando si è incarnato in Lei.

Nell’ Ottocento è il Manzoni che mette 1′ accento sul contrasto fra la miseria spirituale dell’ uomo e il dono che Dio gli ha elargito rivelandogli la Verità e la Via. Dice: “Ecco ci è nato un Pargolo, ci fu elargito un Figlio: le avverse forze tremano al mover del suo ciglio: all’ uom la mano Ei porge, che si ravviva, e sorge oltre 1′ antico onor”. come in un passo del profeta Isaia: “Parvulus enim natus est nobis et filius datus est nobis”.

E il Manzoni continua : « E tu degnasti assumere questa creata argilla?” Più avanti: ” Oggi Egli è nato: ad Efrata, vaticinato ostello, ascese un’ alma Vergine” la gloria d’ Israello, greve di tal portato: da cui promise è nato, donde era atteso uscì. La mira Madre in poveri panni il Figliol compose, e nell’ umil presepio soavemente il pose: e 1′ adorò: beata!” ci riporta al passo di Luca: “et pannis eum involvit, et reclinavit eum in praesepio”.

Maria, durante l’Avvento, mentre porta il frutto della Salvezza, non disdegna di aiutare la cugina Elisabetta e di portarle in primis la lieta novella, quasi la sussurrasse a tutta 1′ umanità. Nel presepio poi si defila facendo rifulgere la sua umiltà e la sua povertà e rimane in adorazione del Figlio presa dall’ estasi dell’ amore e del rapimento religioso. E il suo esempio la fa sentire intensamente più vicina a tutta 1′ umanità: nell’attesa del Bimbo con tutti noi e, alla Nascita, nell’Adorazione e nella continua Veglia.

Tags: AvventoculturaPoesia
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