{"id":170167,"date":"2026-10-11T11:17:34","date_gmt":"2026-10-11T09:17:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lentelocale.it\/home\/?p=170167"},"modified":"2026-10-11T11:17:34","modified_gmt":"2026-10-11T09:17:34","slug":"svegli-nella-rete-addormentati-nel-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lentelocale.it\/home\/svegli-nella-rete-addormentati-nel-mondo\/","title":{"rendered":"Svegli nella rete, addormentati nel mondo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Mario Staglian\u00f2 <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La nostra \u00e8 un\u2019epoca di saturazione permanente. Le informazioni non ci cercano pi\u00f9: ci inseguono. Entrano nel telefono, sul computer, in televisione, mentre mangiamo, lavoriamo, viaggiamo. Una notifica richiama l\u2019altra, una notizia ne cancella immediatamente una precedente, un\u2019immagine viene sostituita da un\u2019altra prima ancora che abbiamo avuto il tempo di comprenderla. Siamo sempre informati, sempre aggiornati, sempre connessi. Eppure qualcosa, in questo trionfo apparente dell\u2019informazione, non torna. Perch\u00e9 sapere tutto non significa necessariamente capire qualcosa. Anzi, il paradosso del nostro tempo \u00e8 proprio questo: pi\u00f9 aumenta la quantit\u00e0 di informazioni a nostra disposizione, pi\u00f9 sembra diminuire la nostra capacit\u00e0 di afferrare la complessit\u00e0 della realt\u00e0. Conosciamo il dettaglio dell\u2019ultima ora, ma perdiamo il filo della storia. Sappiamo che cosa \u00e8 accaduto pochi minuti fa ma, spesso, non sappiamo pi\u00f9 perch\u00e9 sia accaduto. \u00c8 come se l\u2019informazione, invece di aiutarci a orientarci nel mondo, avesse cominciato a sostituirsi al mondo stesso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Guardiamo telegiornali, talk show, dirette, approfondimenti. Seguiamo guerre, crisi politiche, tragedie, scandali e catastrofi praticamente in tempo reale. Abbiamo l\u2019impressione di essere dentro gli avvenimenti, di partecipare alla vita pubblica, di non perderci nulla. Ma quella che chiamiamo partecipazione rischia spesso di essere soltanto una forma pi\u00f9 sofisticata di spettatorialit\u00e0.Guardiamo. Reagiamo. Commentiamo. Condividiamo. E poi passiamo oltre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio qui che il meccanismo diventa perverso. Il sistema dell\u2019informazione ha bisogno della nostra attenzione e, per conquistarla, deve continuamente accelerare, semplificare, spettacolarizzare. Ogni avvenimento deve diventare immediatamente riconoscibile, emotivamente coinvolgente, facilmente consumabile. La tragedia deve avere un\u2019immagine, la politica uno scontro, il dolore una scena, il dibattito un vincitore e un perdente.La realt\u00e0, insomma, deve imparare le regole dello spettacolo.E quando tutto viene trasformato in spettacolo, anche il dolore rischia di perdere il suo significato. Una guerra pu\u00f2 diventare una sequenza di immagini, una tragedia una diretta televisiva, la sofferenza di una persona un contenuto da commentare. Ci indigniamo, ci commuoviamo, pronunciamo il nostro giudizio e, poche ore dopo, siamo gi\u00e0 alle prese con un\u2019altra emergenza.Anche l\u2019indignazione, cos\u00ec, \u00e8 diventata usa e getta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo continuo passaggio da un\u2019emozione all\u2019altra produce una conseguenza ancora pi\u00f9 profonda: ci abitua a vivere gli avvenimenti senza elaborarli. Il dolore del mondo viene anestetizzato dalla sua stessa rappresentazione. Vediamo talmente tante tragedie che rischiamo di non avere pi\u00f9 il tempo n\u00e9, forse, la disposizione d\u2019animo&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">per fermarci davanti a ciascuna di esse. Ed \u00e8 proprio a questo punto che la connessione permanente pu\u00f2 trasformarsi nel suo contrario: nell\u2019isolamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sembra un paradosso, ma non lo \u00e8. Possiamo essere collegati contemporaneamente a migliaia di persone e sentirci completamente estranei alla realt\u00e0 che ci circonda. Essere connessi significa ricevere continuamente messaggi; non significa necessariamente entrare in rapporto con ci\u00f2 che quei messaggi raccontano.Il cittadino iper-connesso rischia cos\u00ec di diventare un cittadino-spettatore. Assiste agli avvenimenti, li giudica rapidamente, esprime la propria indignazione e passa alla notizia successiva. Crede di partecipare perch\u00e9 pu\u00f2 commentare tutto ma, spesso, la sua partecipazione si esaurisce proprio nel commento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La democrazia, invece, richiede qualcosa di molto pi\u00f9 lento e faticoso: attenzione, memoria, confronto, capacit\u00e0 di ascoltare, verifica delle fonti e disponibilit\u00e0 a mettere in discussione le proprie convinzioni. Non basta sapere che cosa \u00e8 successo. Bisogna chiedersi perch\u00e9 sia successo, quali siano le conseguenze e, soprattutto, da quale punto di vista ci venga raccontato. Perch\u00e9 tra noi e la realt\u00e0 esiste ormai uno schermo e quello schermo non \u00e8 neutrale. Seleziona, ordina, ingrandisce, nasconde. Decide continuamente che cosa meriti la nostra attenzione e che cosa possa invece scomparire nel rumore di fondo. In questo modo il rischio non \u00e8 soltanto quello di ricevere informazioni false. \u00c8 qualcosa di pi\u00f9 sottile: ricevere informazioni vere, ma frammentarie, decontestualizzate, private del tempo necessario per comprenderle. \u00c8 cos\u00ec che l\u2019eccesso di informazione pu\u00f2 produrre ignoranza. Non l\u2019ignoranza di chi non sa ma quella, molto pi\u00f9 insidiosa, di chi sa moltissime cose senza riuscire pi\u00f9 a collegarle.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed allora il problema della nostra epoca non \u00e8 soltanto che siamo bombardati dalle informazioni. \u00c8 che tutte le informazioni arrivano con la stessa urgenza. Una guerra, una crisi economica, una partita, una polemica televisiva, un video virale: tutto viene gettato nello stesso flusso e tutto reclama la nostra attenzione nello stesso istante. La realt\u00e0 viene cos\u00ec schiacciata in una successione interminabile di presente. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 ieri, perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 stato sostituito dalla notizia di oggi. Non c\u2019\u00e8 quasi pi\u00f9 domani, perch\u00e9 bisogna sapere immediatamente che cosa sta accadendo adesso. Ma senza memoria e senza tempo anche la comprensione diventa impossibile. Per questo, paradossalmente, il gesto pi\u00f9 radicale potrebbe essere proprio quello di rallentare. Non per rifiutare l\u2019informazione, ma per tornare a darle un peso. Leggere un articolo fino in fondo invece di fermarsi al titolo. Confrontare le fonti. Accettare di non avere immediatamente un\u2019opinione su tutto. Lasciare che una domanda rimanga aperta abbastanza a lungo da diventare davvero una domanda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In una societ\u00e0 che ci spinge continuamente a reagire, pensare \u00e8 diventato quasi un atto di resistenza. Riappropriarsi del proprio tempo significa allora anche sottrarsi, almeno per qualche momento, alla narrazione permanente nella quale siamo immersi. Significa tornare a osservare i fatti con maggiore lucidit\u00e0, distinguendo ci\u00f2 che merita davvero la nostra attenzione da ci\u00f2 che pretende soltanto di conquistarla. Il vero potere intellettuale, oggi, non consiste nel sapere tutto. Nessuno pu\u00f2 farlo. Consiste nel saper distinguere: un fatto da un\u2019opinione, una fonte da una voce, un\u2019analisi da una reazione, un\u2019informazione da uno spettacolo. E, soprattutto, nel recuperare una facolt\u00e0 che il rumore continuo rischia di indebolire: il diritto di pensare prima di reagire. Perch\u00e9\u00a0 la domanda pi\u00f9 importante della nostra epoca non \u00e8 quanto siamo informati, ma quanto siamo ancora capaci di comprendere ci\u00f2 che ci viene raccontato. Abbiamo costruito una societ\u00e0 in cui essere connessi \u00e8 diventato quasi un obbligo. La vera sfida, adesso, \u00e8 evitare che quella connessione ci separi dalla realt\u00e0. Perch\u00e9 si pu\u00f2 essere connessi con il mondo intero e, nello stesso tempo, vivere sempre pi\u00f9 isolati da esso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Mario Staglian\u00f2 La nostra \u00e8 un\u2019epoca di saturazione permanente. Le informazioni non ci cercano pi\u00f9: ci inseguono. Entrano nel telefono, sul computer, in televisione, mentre mangiamo, lavoriamo, viaggiamo. Una notifica richiama l\u2019altra, una notizia ne cancella immediatamente una precedente, un\u2019immagine viene sostituita da un\u2019altra prima ancora che abbiamo avuto il tempo di comprenderla. 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