di Mario Staglianò
Il professore Roberto Burioni può generare sentimenti di antipatia o di simpatia tuttavia su un punto ha ragione: c’è un abisso tra la preparazione di chi, come lui, è uscito dalle scuole superiori oltre quarant’anni fa e di chi esce oggi.
La qualità della formazione peggiora anno dopo anno, basta vedere le rilevazioni Invalsi, ma non per questo le malattie diventano più semplici da curare e neppure le sfide della vita più facili da affrontare.
Questo non è un nostalgico lamento anche se lo può sembrare ma un appello (disperato) per il futuro dei giovani. Giovani ai quali non può essere data (tutta) la colpa. Se, per i pedagogisti e per gli “esperti” delle varie riforme, l’obiettivo che la scuola deve avere non è più un’istruzione di qualità i risultati, inevitabilmente, sono questi.
Bisogna, in primis, fare una premessa. Quando c’era il filtro di ammissione ai corsi universitari i risultati dei test erano simili: le percentuali degli ammessi erano molto basse. I candidati studiavano per mesi, spesso frequentando corsi costosi per prepararsi. Molto spesso si iscrivevano a più esami di ammissione e, tuttavia, i risultati erano al di sotto delle aspettative. Possiamo ammettere che, per pura demagogia e per lisciare il pelo dell’opinione pubblica, questo governo abbia voluto cambiare sistema di selezione ma, alla fine, si è comunque tirato la zappa sui piedi e per una ragione abbastanza semplice. I test sono come dei termometri. Se gli studenti non sono in grado di superare un test standard non saranno in grado di superarlo a prescindere dal tempo in cui gli verrà somministrato.
Molti decenni fa venne fatta una battaglia contro l’università classista ma aver trasformato la scuola superiore in un prolungamento della scuola dell’obbligo è stato un suicidio perché il crollo, tragico, nella qualità della formazione è innegabile. Non si tratta solo degli studenti di medicina – i cui pregi e/o difetti peseranno non soltanto sulle loro carriere professionali ma sulle vite dei loro futuri pazienti- ma queste considerazioni valgono per ogni percorso universitario, per ogni professione, per ogni vita. Né significa essere innamorati, o nostalgici, dei “bei tempi andati” o della durezza passata. Significa dire queste cose per amore dei nostri giovani perché essi non troveranno (sempre) sulla loro strada qualcuno che li capisce ma solo bastonate a cui devono essere pronti a difendersi.
Oggigiorno, nel nostro sistema di istruzione superiore , esistono come una sorta di buoni sconto istituzionalizzati. Se sei sportivo, se hai un cosiddetto disturbo specifico dell’apprendimento o un pò di stress o qualunque altro “bollino” che ti associa a una sottocategoria puoi ottenere che il tuo professore ti chieda di meno, pretenda meno da te. Ovviamente questi bollini possono essere ottenuti nella maniera più italiana possibile: rivolgendosi ad un professionista compiacente per un certificato o spacciare qualche serata a settimana passata in qualche squadretta amatoriale per un impegno sportivo vincolante. È una corsa verso il basso per la quale, alla fine, tutti ottengono lo stesso titolo ma qualcuno ha lavorato di più, qualcun altro invece no. Il tutto in una specie di perverso patto generazionale in cui i professori hanno rinunciato ai loro obiettivi perché hanno visto che molti genitori erano felicissimi di non assumersi le responsabilità che il loro ruolo comporta.
Alla base c’è il solito discorso che rimane fondamentale: se nasci bene, se il patrimonio della tua famiglia o la professione dei tuoi genitori te lo consentono puoi anche prendertela comoda. In qualche modo la tua vita non ne risentirà più di tanto: se “nasci farmacista” diventerai farmacista, se “nasci notaio” diventerai notaio e così via. Ma se, alla nascita, come patrimonio personale hai ricevuto soltanto il cognome è soltanto armandoti, fino ai denti, di preparazione e di capacità a ragionare che potrai riuscire a sfuggire alla tua condizione. Questa dovrebbe essere la funzione liberatrice dell’istruzione, che era ben chiara ai socialisti o ai borghesi illuminati di un tempo. Poi sono arrivati i “comunisti” che, nella loro orgiastica stagione di distruzione delle istituzioni borghesi, hanno travolto anche la scuola trasformandola in un parcheggio in cui si insegna dí tutto tranne che a saper leggere, “a far di conto” e a ragionare. Siccome, dicono, che karma is a bitch la vendetta del karma è stata che, grazie a tutto questo, la parte meno fortunata della nostra società è stata condannata a stare nel suo ghetto e a non avere gli strumenti per crescere e per difendersi. Pensando a molti ragazzi e al fatto che “l’ignoranza è forza” non è più uno slogan distopico ma una concreta proposta culturale e a cosa ne verrà fatto dí loro, innocenti ed in ostaggio di un meccanismo spietato.













