di Maria Antonella Gozzi
Neanche questo pomeriggio Giuseppe riesce ad accendere il fuoco nel camino della grande cucina esposta a nord.
«Accidenti, è molto difficile. Ho le mani gelate!».
Mancano dieci giorni a Natale e il pensiero del giovane va alla mamma, ma è un pensiero troppo veloce, uno spiritello troppo monello per essere trattenuto là, dove fa davvero male. E allora interrompe bruscamente il transito:
«Non ci vuole niente che dal cervello finisca al cuore».
Vinto dal freddo accende la stufa elettrica che trascina stanza per stanza a mo’ di pertinenza destinata, da sempre, in modo durevole, a servizio o ad ornamento del suo “bene” principale: la fretta.
Allo specchio che riflette la sua immagine comunica in modo schietto e senza colpo ferire quanto sia cattivo, egoista, presuntuoso, vile e abnormemente assente per tutti. Ma ha sempre e di nuovo una terribile fretta, non può ferirsi, non può rompere un altro specchio, non oggi, non il 15 dicembre.
Corre, corre …e inciampa su ogni regola non scritta che si è dato da quando aveva sei anni. E, nonostante abbia fatto di tutto per evitarlo – il cretino – riesce nell’impresa mai agognata: incontrare Vito davanti al pianerottolo di casa e … “non sia mai dovesse cambiare idea sul suo conto”, anche a evitare di salutarlo.
Maria, nel frattempo, sta per scrivere il suo primo racconto di Natale. È nel suo studio. Che non ha un camino. Che è a nord e pure “lui” è sempre molto freddo.
Non sa come iniziare, vorrebbe trovare una tecnica efficace, battezzare un’idea nuova di scrittura. Allora flette leggermente in basso i palmi di entrambe le mani per simulare l’emozione che le ha sempre dato Bach con Goldberg Variations.
Ricorda che sua sorella Paola fra qualche giorno arriverà, le dirà che l’albero di Natale addobbato per mamma e papà è bello. Nina, invece, è in camera sua. È sempre molto silenziosa…
Il flusso delle idee si blocca quando, da novella Jane Austen, Maria, è costretta a lasciare la stanza: deve lavorare, deve mangiare, deve dormire, deve…il passaggio dall’armonia del piacere al silenzio dell’operosità la fa trasalire. Come dice bene le cose che le accadono, come è in grado di sciogliere i nodi che lei stessa ha creato negli anni, con quanta cura si specchia nella sua intimità… se avesse anche un camino da accendere sarebbe la donna consapevole che vuole apparire.
Nondimeno, ha solo una stufa elettrica. Che trascina di stanza in stanza. A mo’ di pertinenza destinata, da sempre, in modo durevole, a servizio o ad ornamento del suo “bene” principale: la sensibilità.
«E sì, mi alzo, mi alzo!»
«Sappiano tutti, tuttavia, che io non voglio …DEVO!»
In televisione, intanto, un attore dalla voce gutturale dalla erre dura, celebra l’esistenzialismo tenero dei versi di Iosif Aleksandrovič Brodskij, scegliendo Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.)
«Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo.
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.
Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza. o, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona».
Jane…Maria apre il suo quaderno e inizia non so cosa:
«Oggi è il mio compleanno e ho il desiderio di accendere un fuoco in un camino, in una stanza esposta al Nord. Ho l’albero di Natale e tutto quello che serve per riscaldarsi in questo attimo infinito che prelude la nascita di Gesù. Mi fermo, sono immobile. Chiudo gli occhi e tendo le mani a chi mi è accanto, per dare inizio all’immenso girotondo delle falene che danzano intorno alla fiamma.
All’improvviso sento un rumore nelle scale e capisco che oggi Giuseppe è caduto finalmente. Che Vito lo ha soccorso: “non correre Giuseppe, prova a non interrompere quel passaggio, fallo arrivare al cuore. Abbiamo tutti una mamma che non vorremmo mai dimenticare”.
Provo a cogliere il messaggio che, in ogni caso, volevi mandarmi.
Ebbene, che siamo soli, la letteratura lo sa. Irrompe come un fiume iroso pretendendo di sconvolgerci e di insegnarci cosa debba essere il Natale, la vita e perfino l’amore. Ma il Natale, la vita e per giunta l’amore sono solo attesa di una nuova vita. E noi possiamo attendere in silenzio, abbracciati accanto al fuoco o aggrappati a una stufa elettrica. Che siano le nostre pertinenze a parlare per noi.
E Buon Natale».













