Si affastellano i ricordi nella mente dopo oltre tremila giorni in cui il bomber giallorossoblu ha lasciato questo mondo, con un vuoto che è rimasto a tutt’oggi incolmabile e per cui non si intravvede all’orizzonte chi possa riempirlo di prodezze balistiche e sociali, come quelle che lui ha compiuto, destinate a rimanere per sempre scolpite tra le pagine più brillanti della terra di Calabria.
di Antonio Baldari
Su via Guglielmo Marconi, a Stilo, pullulano assolati ricordi oggi più che mai. È il diciannove luglio Ventiventicinque e dieci anni fa, come oggi, era una caldissima giornata di sole; era domenica, di quelle del tutto roventi, e poco dopo le cinque del pomeriggio con le campane del santuario diocesano di San Giovanni Therystis che suonavano a distesa per la messa vespertina: alla chetichella un nugolo di persone raggiungeva l’edificio liturgico stilese, improvvisamente raggelato dalla tristissima notizia: è morto Gigi Marulla.
Un freddo pungente fece subito da contraltare a quel clima già allora impetuosamente africano per quel giovane di cui si venne a sapere dell’immatura scomparsa, poco più che cinquantenne, e con le bandiere subito issate a mezz’asta nel cuore di ogni stilese di buona volontà, che ha amato il suo campione della pedata gridandone a squarciagola il nome sul finire degli anni Settanta e ad inizio anni Ottanta, con la maglia gialloblu della Stilese, e poi in giro per l’Italia nel momento in cui egli faceva di bene in meglio fino alla tanto agognata Serie A con la maglia del Grifone genoano.
Gigi Marulla non era più tra noi e si era per questo un po’ come segnato lo spartiacque tra il calcio fine anni Novanta e quello immediatamente successivo, un calcio diverso, meno sentimentale se si vuole, giacché più propenso al risultato ad ogni costo anche a livello “paesano”; un calcio certamente meno divertente e meno tecnico di quello che aveva visto la prorompente emersione di quel talento che, il 26 giugno 1991, aveva sposato per l’eternità la squadra di calcio rossoblu ed anche tutta la città di Cosenza grazie al goal segnato nell’epica partita spareggio contro la Salernitana allo stadio “Adriatico” di Pescara, per sempre impresso nella memoria dell’altrettanto epica telecronaca di Bruno Pizzul.
Un mese dopo il ferale evento una messa ricordo, presieduta nella “Città del Sole” dai sacerdoti don Salvatore Monte e don Zefferino Parolin, delineava i tratti calcisticamente somatici di Gigi ma anche e soprattutto umani grazie all’avvolgente omelia di padre Fedele, primo tifoso del Cosenza ed anche e soprattutto grande amico dell’attaccante giallorossoblu che nella circostanza sottolineava le grandi e per certi versi sconosciute virtù umane di Marulla: sconosciute giacché figlie di quella discrezione e di quella riservatezza tipiche dell’uomo Gigi ancor prima del suo essere calciatore famoso.
L’album dei ricordi è aperto così come quello dell’eredità calcistica, oltreché umana, di Gigi Marulla e quest’oggi, a distanza di oltre tremila giorni, si allunga più che mai imponente la sua figura che è in special modo “bandiera” di un calcio e di una Società che non è più, che ha smarrito quei tratti caratteristici se è vero, com’è ahinoi vero!, che non si è riusciti a dare un seguito: nessuno che abbia raccolto quel testimone lasciato nelle sue mani rispetto ad una città che gli ha, sì, intitolato lo stadio, a Cosenza il “San Vito-Marulla” ma poco altro è riuscita a combinare; per non dire della culla che gli ha dato i natali, vittima palesemente intrappolata tra le pieghe ingiallite dei fermoimmagine che furono. E nulla più. Insomma, una “bandiera” umana, quella di Gigi Marulla, destinata a sventolare tra le stelle più luminose per ciò che egli è stato, e che sempre sarà, per la terra di Calabria spettatrice, non pagante, di un personaggio da copertina, vero, autentico di cui andare fieri ma soltanto a parole. Quelle belle, si intende…












