di Mario Staglianò
Una massima ebraica afferma che “Il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole”. È evidente che qui l’immagine chiave è nelle scuole, cioè nel sociale del bambino. Il respiro del bambino sono le sue scoperte, invenzioni, acquisizioni: cose di cui i genitori vanno fieri pur non essendo sempre disposti a considerare che non è per i genitori che lui “respira”. Il respiro del bambino è per il mondo. Ci si immagina di doverlo proteggere dal mondo mentre lui sta già imparando quel mondo che lui – non i genitori – abiterà. Quello che lui – non i genitori – dovrà modificare anche con la sua sola presenza. Mentre noi quel mondo che temiamo per lui – ma che non temevamo affatto per noi – lo vorremmo dimenticare, tenere fuori dalla porta.
Non è solo a causa del degrado del suo funzionamento che oggi la famiglia non riconosce più la scuola come altra agenzia educativa: la realtà più segreta è che la sente come competitiva, come uno sgradito limite al familiare. I genitori sembrano non amare il relazionarsi con un contesto che non sia una copia fedele dei propri valori interni. Alla scuola si è persino chiesto di evitare i compiti nel fine settimana e, per appoggiare tale richiesta, i sostenitori hanno riesumato una circolare ministeriale del 1969, fortunatamente divenuta inapplicabile: evitare i compiti a casa è avallare l’ingiustizia sociale che favorisce gli allievi provenienti da famiglie più colte che beneficiano di un quotidiano allenamento a una lingua più corretta e a concetti più complessi. Il senso di questa pretesa sembra essere che nei giorni festivi i genitori vogliono godersi i bambini, senza interferenze scolastiche. I compiti possono significare che nemmeno per i genitori è vacanza, ma solo se essi assumono un atteggiamento di continuo affiancamento. A lasciare i ragazzi soli con i loro compiti si temono brutti voti mentre li si priva dell’esercizio dell’autonomia e della responsabilità, con danno ben maggiore.
Come può esserci formazione per un bambino confinato in un claustrum gestito da genitori full time? Quale allenamento al sapere può offrire una scuola uterinizzata? Come si dice in Africa, per fare un uomo ci vuole un intero villaggio. Ci vogliono legami di alleanza oltre che di sangue, cultura oltre che natura. La rete del collettivo ha funzione di sponda allo smarrimento che ogni essere umano prova di fronte alle interrogazioni sulla vita, la morte, la sessuazione. Per questo la famiglia è insufficiente. La scuola, il sociale del ragazzo, è l’ambiente in cui non solo si forma ma attraverso il quale può salvarsi.
La passione per il sapere è eros e l’eros è meglio non consumarlo in famiglia. L’eros è l’unico modo attraverso cui il sapere può avere effetto sulla vita, sia nella forma del sapere cosa desidero che nella domanda su cosa l’altro vuole da me: domanda destinata a non avere risposta certa ma, per investigare la quale, il soggetto attiva una serie di ipotesi inconsce. In ogni caso ogni sapere che si vuole tenere al riparo dal coinvolgimento e, quindi, da eros e pathos, è morto, vuoto. Il sapere che conta è quello che è costato la pelle non quello della prestazione, dell’informazione, dei tecnicismi o dell’obbedienza. Il sapere legato al rischio, connesso alla passione, che contrasta l’apatia e va in un’altra direzione rispetto all’anestesia contemporanea. Nella svalutazione inconscia del collettivo da parte del discorso dominante, i ragazzi non vengono sollecitati a sentire la scuola come luogo di libertà e di futuro, in cui possono già fare esperienza di socialità e di amore per quel sapere che rende liberi. Nei discorsi familiari – anche non espliciti – la scuola è umiliata, valutata con sufficienza, degradata, vilipesa. La concorrenza familiare la disconosce non tanto sul piano della competenza tecnica quanto di quella educativa perché è la famiglia che vorrebbe avere l’ultima parola sul figlio. L’asse genitore-insegnante si è infranto e il primo è intollerante alle critiche sui figli, sentite come offese personali. Se la scuola è un istituto per alcuni versi migliorabile, per altri presenta non solo isole d’avanguardia ma, anche, una grande occasione per un ragazzo: il possibile incontro tra eros e sapere.
I bambini escono poco: dopo la scuola e le attività extra scolastiche, subito a casa o a casa dell’amico. Fino a poco tempo fa si giocava in cortile o nelle piazze ma oggi i cortili sono vuoti, le piazze silenziose di voci infantili e le aree giochi deserte a meno che non sia l’ora dell’uscita da scuola, quando, se è bel tempo, si riempiono di mamme, tate e bambini. Anche qui la paura di ciò che c’è fuori è esagerata: gli anni settanta, per esempio, per alcuni versi erano ben piú pericolosi, ma i ragazzi vivevano fuori dalle mura domestiche. Persino nei paesini dove si conoscono tutti e il problema dell’estraneo che gira per le strade è meno avvertito, i bambini di oggi stanno in casa. Niente più che somigli al tacito e atteso appuntamento che i ragazzini si davano al campetto, o in cortile, sicuri di trovarci sempre qualcun altro, magari l’amico preferito. Oggi un bambino quasi non sceglie più l’amico perché, spesso, se lo trova già confezionato: è il bell’e pronto figlio dell’amica della mamma o il compagno di scuola che abita vicino. Il cortile era il luogo, anche metaforico, in cui la scoperta dell’altro bambino impegnava il pensiero e modulava nuovi affetti, amicizie, incontri e anche inevitabili scontri. Era un primo allenamento alla diversità e all’implicita garanzia che il forte affetto per l’estraneo, per l’altro bambino, era consentito e normale, cosa oggi non così ovvia. Spesso i genitori cercano di ridimensionare i sentimenti dei figli verso i compagni di giochi banalizzandoli perché fugaci o arrivano, addirittura, a svilirli perché nessun amore sarebbe paragonabile, per intensità e durata, a quello di un genitore.
Ci sono molte persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminino ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro: sono ancora nell’utero. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospese per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria. Per nascere occorre abbandonare l’utero, la casa, per abitare il mondo e non per starci “provvisoriamente”, come se si fosse ancora in una sospensione amniotica. È la paura che ci fa valorizzare esclusivamente la casa che, come un’ambra, è attraente ma, al pari di un insetto fossile, il figlio lí incluso è morto.












