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SANT’ILARIO DELLO JONIO Il “Comune gentile” da dieci anni senza opposizione consiliare

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di Gianluca Albanese
SANT’ILARIO DELLO JONIO – Nella Locride c’è un “Comune gentile” che da dieci anni è senza opposizione in consiglio comunale. Già, un “Comune gentile”: così lo definì, nel discorso d’insediamento in consiglio comunale dopo l’ultima elezione a primo cittadino, l’ingegner Pasquale Brizzi, 43 anni, sindaco della cittadina collinare in maniera pressoché ininterrotta (tranne, cioè, le parentesi in cui il Comune è stato commissariato) dal 26 maggio del 2002 ai giorni nostri.
Sindaco – va detto – sempre legittimato dal voto popolare ma, col passare degli anni, divenuto unica opzione possibile per gli elettori di Sant’Ilario dello Jonio, tanto che ci si chiede come mai non ci sia, dopo le elezioni del 2002, un vero avversario dell’ingegnere alla corsa a sindaco e come manchi dal consiglio comunale una autentica opposizione da circa due lustri.
Proprio così: la cronaca si è spesso soffermata sulla totale assenza di candidati alle scorse elezioni comunali a Platì, sul mancato raggiungimento del quorum alle ultime elezioni comunali di San Luca, laddove era stata presentata una sola lista, ma, a quanto pare, la democrazia, intesa come esercizio di una pluralità di soggetti che concorrono al governo del paese, sembra lontana anche in altri centri del nostro comprensorio, tra cui, appunto, Sant’Ilario dello Jonio.
Un paese dove nessuno sembra più volersi candidare a sindaco e dove la gente vota sempre meno.
I dati relativi all’affluenza degli elettori, negli ultimi vent’anni, infatti, sono in costante discesa.
Il 16 novembre del 1997 Giuseppe Palmisani venne eletto sindaco dopo aver battuto il suo avversario Leonardo Domenico Managò. Alle urne andarono 1.082 cittadini su 1.615 aventi diritto. Una percentuale del 67% di affluenza alle urne.
Il 26 maggio del 2002 Pasquale Brizzi venne eletto sindaco per la prima volta, dopo aver battuto il suo competitor Antonio Staltari. Gli elettori totali furono 995 su 1.538 aventi diritto. Share del 64,69%
Il 27 maggio del 2007, di nuovo Brizzi venne eletto sindaco, battendo – si fa per dire – la lista capeggiata della signora Luana Covelli, moglie convivente dell’ingegner Brizzi. In quella circostanza, votarono 886 cittadini, pari al 62,88% degli aventi diritto, quantificati in 1.409 unità.
La terza (per ora) elezione di Brizzi a sindaco arrivò il 25 maggio del 2014, quando ci fu una sola lista in lizza “Insieme per costruire – Brizzi candidato sindaco” che prese 659 voti su 1.342 aventi diritto. Ovvero il 49,1% dei voti, col quorum che venne raggiunto e superato solo grazie alle 38 schede (tra bianche e nulle) che fecero superare l’asticella fissando il dato definitivo sull’affluenza alle urne al 51,94%.
Insomma, un’elezione per il rotto della cuffia, tanto che, sempre in occasione della prima seduta del neo eletto consiglio comunale, il consigliere Marco Cascini portò subito all’attenzione dei presenti, subito dopo il giuramento del sindaco, la questione del difficile raggiungimento del quorum, a suo dire dovuta al fatto che risultano iscritti all’Aire (elettori residenti all’estero) «circa 300 cittadini che purtroppo non hanno potuto votare».
Dunque, al di là del dato meramente aritmetico del raggiungimento del quorum per una manciata di voti, e del costante calo degli elettori, salta agli occhi, a Sant’Ilario dello Jonio, l’assoluta mancanza di candidati alternativi a Brizzi e alla sua lista, nonostante proprio il sindaco, nel suo discorso d’insediamento pronunciato l’11 giugno del 2014 in consiglio comunale, abbia riconosciuto che «Proprio dalla dialettica tra idee e programmi, che a volte si contrappongono, dal confronto tra coloro che la pensano diversamente, che trae alimento la democrazia, maturano le società, si consolidano le comunità».
Parole sagge, quelle del primo cittadino. Ma senza riscontro nell’ultimo decennio in consiglio comunale.
Un linguaggio, il suo, che sembra quello tipico dei professionisti della politica, acquisito in diversi lustri passati ad amministrare, ancor prima di laurearsi, il fior fiore di enti pubblici, strumentali e di gestione.
Già a 19 anni, infatti, è assessore comunale al Bilancio, Tributi e Imposte, con delega di vicesindaco fino all’inizio del 2000. Poi, dal ottobre 1998 a dicembre 2009 è consigliere dell’Area Sviluppo Industriale della Provincia di Reggio Calabria, dal maggio del 2002 al giugno del 2010 è consigliere della Comunità Montana “Aspromonte orientale”; dall’ottobre del 2006 al dicembre del 2011 è consigliere del consorzio “Evoluzione per lo Sviluppo e la Legalità” con sede a Bianco; dal dicembre del 2006 al dicembre del 2011 è presidente del comitato di gestione del Pit Locride n° 21; dal dicembre del 201 componente del consiglio dei delegati in rappresentanza dei sindaco dei Comuni della Locride nel Consorzio di Bonifica “Alto Ionio Reggino”; da maggio del 2002 a febbraio del 2012 consigliere del Consorzio di Funzioni “Locride Ambiente”; dal febbraio del 2013 presidente del Cda del G.A.L. Locride e, dopo le dimissioni di Pietro Fuda, è anche consigliere provinciale dal 2013 ad oggi.
Oltre ad essere stato, come detto, sindaco di Sant’Ilario dello Jonio dal 2002 ad oggi.
Una carriera politica costellata di successi, quella dell’ingegner Brizzi, nella quale, però, gli intoppi non sono mancati.
Nell’aprile del 2011, infatti, viene condannato in primo grado, insieme al funzionario Pietro Emilio, a un anno di reclusione e al pagamento delle spese processuali per il reato di falso ideologico, per fatti connessi ad una procedura concorsuale espletata dal Comune da lui amministrato nel 2004.
Proprio in quei giorni di primavera di un lustro fa, il Prefetto di Reggio Calabria disponeva (sulla scorta di un rapporto redatto nel dicembre del 2010 dalle locali forze dell’ordine) l’accesso agli atti amministrativi del Comune di Sant’Ilario dello Jonio, con la Commissione d’accesso che, a novembre dello stesso anno, depositava la propria relazione «In cui si dà atto della sussistenza – è scritto nella relazione ministeriale di accompagnamento al Dpr di scioglimento del consiglio comunale – di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi, riscontrando pertanto i presupposti per lo scioglimento del consiglio comunale» che arriverà con Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta dell’allora ministro dell’Interno Cancellieri il 15 febbraio del 2012.
Una decisione, quella dello scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, basata su una serie di riscontri da parte della commissione d’accesso: dalla «compagine politica caratterizzata, al suo interno, da stretti vincoli di parentela, affinità e rapporti di amicizia intercorrenti tra amministratori ed apparato burocratico oltre che da collegamenti e frequentazioni dei menzionati amministratori – si legge nel decreto di scioglimento – con persone contigue alle locali organizzazioni criminali».
Va da sé che come scrive sul proprio sito internet l’associazione “Avviso Pubblico” «Lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose non presuppone la commissione di reati da parte degli amministratori né l’esistenza di prove inconfutabili sui collegamenti tra l’amministrazione e le organizzazioni criminali» ma «in base alla legge è sufficiente che ci siano “elementi concreti, univoci e rilevanti” volti a far ritenere un collegamento tra l’Amministrazione e i gruppi criminali». Elementi che secondo l’allora ministro Cancellieri, e le sue articolazioni territoriali, evidentemente c’erano tutti, tanto che nella relazione ministeriale di accompagnamento, si parla chiaramente di «Una serie di collegamenti e frequentazioni tra componenti degli organi politici, dipendenti comunali e personaggi legati alla locale criminalità».
Ma c’è dell’altro nella decisione di sciogliere il consiglio comunale, dai «caratteri sintomatici dell’ingerenza della criminalità organizzata nei confronti dell’amministrazione comunale», alle procedure in materia di contratti di appalto di lavori che «presentano aspetti difformi rispetto a quanto previsto dalle direttive comunitarie e dal Codice dei Contratti», alla «Elusione delle disposizioni in materia di informazione antimafia, circostanza questa – è scritto nell’allegato al decreto di scioglimento – che ha dato luogo ad un intreccio politico amministrativo affaristico con un conseguente sviamento dell’azione amministrativa dai principi di buon andamento e correttezza». «Significativa in tal senso – prosegue il documento – è stata l’assegnazione in sub-appalto alla società di cui è titolare il padre del sindaco, risultata positiva ai controlli antimafia con misura interdittiva confermata in sede giurisdizionale proprio con riferimento ai collegamenti con la cosca egemone» e poi «La scarsa abitudine al rispetto delle regole, funzionale al mantenimento di consolidati rapporti e cointeressenze tra apparato politico e burocratico ed esponenti della locale criminalità organizzata è emersa anche dall’esito delle indagini esperite presso il settore deputato al rilascio delle licenze commerciali», in un contesto amministrativo nel quale, secondo l’allegato al decreto di scioglimento l’ufficio di Polizia Municipale era di fatto venuto meno all’esercizio delle proprie funzioni, essendo tra l’altro, privo di comandante.
Ah, dimenticavamo… sempre a proposito di democrazia e pluralismo, secondo la relazione dell’allora Ministro Cancellieri «Tale stato di cose è stato certamente facilitato, come rivelato dalla commissione d’indagine, dalla circostanza che nell’ambito del consiglio comunale di Sant’Ilario dello Jonio non sussiste una vera e propria opposizione, tale da garantire che le funzioni di indirizzo e di controllo vengano svolte in linea con i principi di democrazia e trasparenza».
Dunque, quello della precedente consiliatura è stato un civico consesso sciolto per infiltrazioni mafiose, a seguito del quale è stato affidato a una commissione straordinaria il governo del piccolo centro collinare locrideo per i successivi diciotto mesi. La commissione straordinaria fu composta da Ernesto Bianca, Fabio Colapinto e Carla Fragomeni, quest’ultima sostituta, con Dpr del 31/12/13, dal funzionario economico finanziario Francesco Salvatore Nigro,
E il sindaco Brizzi? L’ingegnere, sul quale – giova ricordarlo – non pende alcun procedimento penale, men che meno per 416bis e altri reati ad esso connessi, ha subito fatto ricorso al Tar del Lazio, chiedendo l’annullamento del Dpr del 15 febbraio del 2012, col quale venne disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Sant’Ilario dello Jonio per infiltrazioni mafiose, e di tutti gli atti ad esso prodromici. Ricorso, però, respinto dal Tar del Lazio con sentenza n° 3081 del 4 dicembre 2013 depositata in segreteria il 20 marzo 2014.
Ma Brizzi non si è dato per vinto, e ha deciso di adire il Consiglio di Stato, che ha respinto definitivamente l’appello con sentenza depositata in segreteria lo scorso 3 novembre, con la sentenza n° 5023/2015.
Insomma, per la Giustizia Amministrativa, le ragioni che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale di Sant’Ilario dello Jonio (eletto nel maggio del 2007) per infiltrazioni mafiose sono valide e confermate in tutti i gradi.
Nel frattempo, come è noto, Brizzi è stato rieletto sindaco in una competizione in cui la sua era l’unica lista in lizza, il 25 marzo del 2014, grazie alla somma dei voti tributati alla sua lista più le schede bianche e nulle.
Resta da capire quali siano le ragioni che inducono i tanti cittadini onesti e laboriosi che vivono a Sant’Ilario dello Jonio dal tenersi lontani dall’impegno politico. Un vero e proprio mistero al quale, ad oggi, non sappiamo dare una soluzione.
Per ora si sa che l’attività amministrativa della compagine con a capo Brizzi prosegue tra alti e bassi, tra encomi ai Carabinieri intervenuti per spegnere un incendio lo scorso mese di agosto, alle agevolazioni alle vittime della criminalità organizzata; da una miriade di manifestazioni culturali e ricreative organizzate in loco, a un contenzioso relativo al pagamento dei tributi per la locale caserma dell’Arma, fino al blitz di “Striscia la notizia” e del portavoce pentastellato Bernini in quello che qualche mese fa venne definito il “canile lager”.
I cittadini, intanto, rimangono fuori dalla politica attiva, e nessun movimento di opinione sembra profilarsi all’orizzonte.

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