di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte web)
La Camera ha approvato con 247 voti a favore, 2 contrari e 8 astenuti la proposta di legge per istituire la festa nazionale di San Francesco d’Assisi il 4 ottobre. Il provvedimento, arrivato all’iter parlamentare, ha avuto consensi bipartisan da tanti partiti e solo qualche dissenso. Ora tocca al Senato vagliare la proposta il cui obiettivo è l’approvazione definitiva in prossimità della celebrazione per la ricorrenza dell’ottavo centenario della morte del Santo nel 2026. La proposta è stata del poeta Davide Rondoni, presidente del comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco.
La giornata del 4 ottobre è attualmente solennità civile, ma la sua collocazione, all’interno delle feste nazionali,è stata altalenante, modificata molte volte e soppressa nel 1977. Una volta che la legge sarà approvata in via definitiva, questa data verrà aggiunta nel calendario quale festa nazionale dopo la Solennità dell’Assunta, con tutti gli effetti conseguenti anche civilmente, quali l’osservanza del completo orario festivo nei luoghi di lavoro e il divieto di compiere alcuni atti giuridici.
Il 4 ottobre, poco prima della Festa della Madonna del Rosario, cade la festa di S. Francesco d’Assisi che morì alla Porziuncola alle 19 di sabato 3 ottobre 1226, a quarantacinque anni. Il Santo viene festeggiato il 4 anziché il 3, perché in Italia, durante il Medioevo e fino al XVIII secolo, il giorno legale non cominciava alla mezzanotte come oggi o come durante l’Impero romano, ma iniziava con l’Avemaria della sera della sera annunziata dal suono delle campane alla fine del crepuscolo serale, cioè mezz’ora dopo il tramonto. Siccome ai primi di ottobre il sole cala intorno alle 18,05, le 19 corrispondono alla prima ora del 4 ottobre per il calendario medievale.
Narra San Bonaventura nella “ Legenda maior”: “Per dimostrare che, sul modello di Cristo- Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo,durante quella malattia così grave che pose fine al suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla terra […]. Per questo motivo all’inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo alla fine della vita volle uscire nudo dal mondo, e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero, là sulla terra, per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”. Narra sempre San Bonaventura “ Le allodole, che sono amiche della luce e hanno paura del buio della sera, al momento del transito del santo,pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e, roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del santo che tante volte le aveva invitate a lodare Dio ”.
Riguardo alla celebre predica agli uccelli, un giorno Francesco, che stava percorrendo con alcuni fratelli la valle spoletana, giunse in un campo nei pressi di Bevagna dove si erano radunati molti uccelli che sembrava lo stessero aspettando e li salutò: “ Il Signore vi dia pace”e gli uccelli continuavano a fissarlo immobili quasi si attendessero ancora qualcosa da Lui. Allora Francesco, commosso, li esortò ad ascoltare la Parola di Dio. Predicò agli uccelli e riprese il cammino accusandosi per non aver predicato prima agli uccelli che ascoltavano tanto devotamente la parola di Dio e da quel giorno incominciò ad invitare tutti gli animali a lodare ed amare il Creatore. Commentava San Bonaventura: “Considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello e sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un unico Principio”. A proposito di san Francesco, si è parlato anche di incontro con le pecore al pascolo che gli saltellavano festosamente intorno e del pesce del lago di Rieti che si mise a giocare nell’acqua intorno alla sua barca.
La sua consacrazione visibile avvenne sul monte della Verna , nell’estate del 1224, mentre stava celebrando con il digiuno e la preghiera la Quaresima di san Michele Arcangelo, una delle sue sette quaresime di digiuni annuali. Narra Tommaso da Celano che fu lo stesso Cristo, apparso nelle sembianze di un alato serafino,a imprimergli la mattina del 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, le stimmate. Successivamente disceso dal monte, non peregrinò più come un tempo per le varie malattie che lo avevano colpito. Non potendo più accorrere dove la sua presenza sarebbe stata necessaria, scriveva ai fedeli ed ai confratelli perché custodissero “le parole odorifere del Signore”e vivessero in pace e giustizia. Nonostante i dolori, non aveva smarrito la sua letizia, che un giorno aveva spiegato cin due versi improvvisati in un festa di cavalieri al Castello di Montefeltro, a San Leo: “Tanto è grande il ben che aspetto che ogni pena mi è diletto”. E ad Assisi, verso la fine del 1224 o all’inizio del 1225, scrisse il “Cantico di frate Sole ” in cui espresse tutto il suo amore per il Creato. Papa Pio XI nell’enciclica Rita espiatis, in occasione del settimo centenario della sua morte, scrisse: “Sembra potersi affermare non esservi mai stato alcuno in cui brillasse più viva e somigliante l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco […]. Né è meraviglia poiché i primi biografi contemporanei al santo, narrandone la vita e le opere, lo giudicarono di una nobiltà quasi superiore all’umana natura: mentre quei nostri predecessori che trattarono familiarmente con Francesco non dubitarono di riconoscere in Lui un aiuto provvidenziale inviato da Dio per salute del popolo cristiano e della Chiesa.” Nel 1939 fu Pio XII a proclamarlo patrono d’Italia insieme con santa Caterina da Siena.
Come testimonia Tommaso da Celano: “ Circondava di un amore indicibile la Madre di Gesù perché aveva reso nostro fratello il Signore della Maestà. A suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, offriva affetti tanti e tali che lingua umana non poteva esprimere”. Nelle “Lodi delle virtù” il santo ammoniva: “La pura e santa semplicità confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne. La santa povertà confonde ogni cupidigia e avarizia e le preoccupazioni dei questo mondo. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini di questo mondo e tutte le cose di questo mondo ….”.
( Fonte Calendario di A. Cattabiani)













