di Annabella Gimondo
Leggere Lolita a Teheran (edito da Adelphi) di Azar Nafisi costituisce un brillante ritratto della società iraniana, uno scorcio sul contesto storico-politico peculiare dell’Iran da decenni e che, attualmente, trova conferma negli avvenimenti ultimi della rivolta contro il regime Khamenei.
La storia, narrata in prima persona dall’autrice, ha il suo nucleo tematico centrale nella scelta, proposta da un’insegnante alle sue allieve migliori, della lettura di libri internazionali, vietati in passato dal regime Khomeini poiché considerati potenziale strumento di violazione dell’integrità religiosa e del profilo nazionalistico dell’Iran e dell’Islam.
Le protagoniste si riuniscono occasionalmente a casa della docente e la libertà riconosciuta loro di vestirsi senza restrizioni o obblighi di alcun tipo, scegliendo di svelare i tratti più latenti e repressi della loro personalità, permette di instaurare un legame profondo, dando prova della necessaria importanza di riconoscere persone e identità singole oltre i ruoli socialmente imposti.
I romanzi di narrativa, invece, spesso vertono su temi scabrosi e scandalosi, in evidente contrasto con i principi della morale islamica: Lolita di Nabokov, dal quale prende nome il titolo, e l’oscura e ambigua figura di Humbert, che trasforma la ragazzina in oggetto dei suoi desideri più immorali e peccaminosi, sono il secondo elemento del parallelismo delineato e formulato rispetto al regime islamico; se la politica ha l’obiettivo di annichilire completamente la figura femminile e ledere la libertà del cittadino, la lettura deve formare nuove e giovani menti, indurle a desiderare una realtà di emancipazione valoriale e ideologica alternativa, rendendo la speranza della stessa un concreto strumento di protesta contro il regime.
L’attualità del romanzo, nonostante siano trascorsi quasi ventidue anni dalla sua pubblicazione, deriva dalla possibilità di collocarlo nelle dinamiche caratterizzanti l’Iran nell’ultimo periodo: un paese devastato da crisi e conflitti politici di vario tipo, in cui l’elemento religioso e il dispotismo continuano ad essere le armi di approccio al cittadino legittimate in ambito governativo.
L’emancipazione e il pensiero libero, considerati deleteri, sono il capo di accusa che pende sulle teste di chi, come le protagoniste del romanzo, desidera una società migliore; i partecipanti alla rivolta incriminati di essere nemici di Dio e nemici dell’intera stabilità del regime, sono puniti con la pena di morte.
Ancora una volta, l’emancipazione ideologica tanto ambita nel romanzo, la consapevolezza dell’esistenza di storie e profili differenti dalla posizione del lettore, permettono di mantenere un orizzonte esteso e costantemente aperto sul divenire e sul prossimo, fendendo l’oppressione di una dittatura che si è affermata con la violenza e la forza, trovando in esse strumenti per ottenere dominio assicurato e assoggettamento degli individui.













