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Papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali: sfida non tecnologica, ma antropologica

5 Febbraio 2026
in Notizie dall'Italia
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di Patrizia Massara Di Nallo

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Messaggio di Sua Santità Papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali  dal titolo “Custodire voci e volti umani”.

Cari fratelli e sorelle! Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno. Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto;  Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola, questa comunicazione che Dio fa di sé stesso, l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio. Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri. La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.  Non rinunciare al proprio pensiero. Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media,redditizio per le piattaforme, premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative. Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine. La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio.

Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce. Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà. Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia. Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti. Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”.

Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza. Una possibile alleanza dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana,compresa la storia della Chiesa,spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto. La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione ed educazione. Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli. Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti. La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità. Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate ,dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori, devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile. A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone, soprattutto i giovani, acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti, che potrebbero essere imprecise o errate, fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales. LEONE PP. XIV.

Tags: giornata mondiale della comunicazionePapa Leone
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