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Lo vogliamo chiamare con il suo nome: genocidio?

3 Giugno 2025
in In primo piano
Tempo stimato: 7 min per leggerlo
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di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte Wikipedia)

Da dizionario il genocidio è la “distruzione metodica di un gruppo nazionale , etnico, razziale o religioso”. Nel 1946 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite definì il genocidio come «una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, poiché l’omicidio è la negazione del diritto alla vita dei singoli esseri umani» e la stessa risoluzione precisava inoltre che «molti casi di tali crimini di genocidio si sono verificati quando gruppi razziali, religiosi, politici e di altro genere sono stati distrutti, in tutto o in parte». Nel caso della Palestina, lo Stato non è stato riconosciuto da tutti i Paesi del mondo, ma l’identità etnica e religiosa è incontrovertibile. Nonostante ciò, gli opinionisti di turno o i sedicenti esperti dello scacchiere internazionale combattono una loro guerra personale sul termine “genocidio” avvalorando il detto che non esiste peggior sordo di chi non vuole sentire e, traslatamente, peggior cieco di colui che non vuole vedere. Lo possiamo definire sterminio di massa o in altri modi più consoni ad una realpolitik  e che, quindi, non urtino la suscettibilità di nessuno, ma la sostanza dei fatti non muta. E’infatti sotto gli occhi di tutti la strage giornaliera  perpetrata contro gli abitanti di Gaza. E a portarla avanti, in modo sistematico, è l’attuale leader di governo proprio di quel popolo che ha subito il più famigerato e riconosciuto genocidio della storia moderna, cioè il popolo ebraico. In questa tragica vicenda le vittime, a loro volta, sono diventate carnefici quasi protette dal loro stesso tragico passato. Aleggia, infatti, una sorta di remora nel dissentire apertamente con la politica attuale di Israele per non essere volutamente equivocati e, alfine, tacciati di antisemitismo o di negazionismo. E’ evidente come non sia automaticamente antisemita chi non arrendendosi auspica l’esistenza di due popoli in due Stati nella medesima terra, chi vorrebbe una coesistenza pacifica fra due popoli anche se fondamentalmente opposti per cultura e religione, chi si ostina ad intravedere la possibilità di una Terra Santa definitivamente pacificata così come tutta l’area mediorientale. Gli unici appelli alla pace sono stati ,fin dall’inizio del conflitto attuale, quelli di Papa Francesco prima e di Papa Leone XIV ora, ma sono ancora troppo pochi i leaders mondiali che, pur indignati, decidono di ricorrere alle sanzioni economiche, le sole in grado di arrestare l’escalation che reiteratamente calpesta, o meglio ignora, i diritti fondamentali di un popolo fra i quali  quello alle risorse necessarie per una dignitosa sopravvivenza. Il solo deterrente ufficiale, benché risultato di minimo impatto, è stato il  mandato d’arresto, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, emesso nei confronti del primo ministro israeliano dalla Corte penale internazionale.  

E’ stata, comunque, archiviata da tempo l’accesa fase del dibattito sul torto o sulla ragione degli uni e degli altri, sull’entità dell’effettiva convivenza  dei Palestinesi con l’organizzazione terroristica di Hamas oppure la loro estraneità e sull’inaspettata strage del 7 ottobre che ha visto, ancora una volta, trucidati inermi cittadini israeliani. E sembra anche lontana  anni-luce l’offensiva intrapresa, in seguito a quel sanguinoso giorno, dal governo israeliano e che si era delineata, fin dal primo momento, come una legittima reazione di autodifesa. Oggi ha via via assunto dei contorni completamente diversi e, per l’inarrestabile perdurare della guerra, è stata definita , con un termine diplomatico  ed eufemistico, quantomeno “sproporzionata” all’attacco subito. Intanto, mentre ogni giorno la realtà supera l’immaginabile, si sono inavvertitamente palesate le motivazioni e l’obiettivo che si vuole raggiungere.

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E’ stata necessaria, a farci aprire gli occhi, l’incauta e fantasiosa esternazione del leader americano che ha illustrato, in una delle sue estemporanee (o forse no) ed allarmanti uscite, il suo illuminato progetto di deportare i Palestinesi per ricostruire Gaza di sana pianta trasformandola, precisamente, in un resort di lusso, una meta turistica di cui, il forse è d’obbligo, il popolo palestinese dovrebbe essere il custode. Abbiamo sorriso, aggrottato le sopracciglia e ci siamo domandati (cosa che ultimamente ci accade spesso) se si trattasse di un gigantesco scherzo o se fosse, più probabilmente, un’altra destabilizzante trovata del capo della Casa Bianca o entrambe le cose, non potendone distinguere il sottile confine. Quello che ancora non ci era ben chiaro, tanto sembrava assurdo, era che il sogno allegorico di Trump, con trascurabili varianti, veniva al contempo e purtroppo perseguito nella realtà da Netanyau. Altro che due popoli in due Stati! Appare ora, e sempre più lampante, che si vuole spingere la gente sempre più a Sud confinandola  in un angolo di terra da cui non possa più nuocere o avere libertà di movimento e contemporaneamente perseguire mire espansionistiche in Cisgiordania. E, finora, tutto in un silenzio più  assordante delle bombe lanciate dai droni e nel supporto a tutto campo dell’America ad Israele, essendo risaputo che il voto elettorale ebraico e il suo potenziale economico è di notevole rilevanza negli States così come la strategica posizione dell’alleato in Medio Oriente.

Le Nazioni Unite lanciano l’allarme affermando che a Gaza il 100% della popolazione è a rischio di fame, ma, come si è arrivati a negare l’Olocausto, così, in questi ultimi giorni, Netanyahu ha impudentemente negato lo stato di miseria e prostrazione dei Palestinesi ribadendo come sia una  menzogna che a Gaza si stia morendo di fame. Evidentemente tutti i camion di aiuti bloccati all’ingresso della Striscia , le documentate immagini della gente affamata ed accalcata per ricevere il cibo, i filmati dei bambini ridotti pelle ed ossa, quello di una madre che dava al figlioletto acqua sporca in una sorta di lurido biberon e di un’altra intenta con la figlioletta a rovistare nella spazzatura, sono tutte scene girate a bella posta per perorare la causa palestinese e noi siamo inconsapevoli fruitori di una tragica commedia.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, le Nazioni Unite adottarono un Piano di partizione della Palestina che prevedeva due popoli e una Gerusalemme internazionalizzata, ma i piani , si sa, sono fatti per essere disattesi. E ci domandiamo quale potere abbia, oggi, l’ONU o se lo abbia  mai avuto. I genocidi sembrano essere, spesso, il triste corollario di ogni guerra del nostro tempo con i civili che pagano le conseguenze più dure dei conflitti armati. Basti pensare al secolo scorso alla pulizia etnica nell’ex Iugoslavia, in Bosnia Erzegovina prima e e in Kosovo poi, negli anni Novanta, i genocidi delle guerre locali scoppiate in Africa (in Ruanda, Burundi , Uganda, Liberia, Sudan e Congo), guerre di cui si conosce poco perché non molto considerate dall’informazione fornita dai mass-media, e così la lunga repressione, ai tempi di Sadam Hussein, subita dai Curdi durante le rivolte nel Kurdistan iracheno. Proprio per punire i responsabili dei genocidi  è stato istituito il Tribunale penale internazionale con sede all’Aja in Olanda, anche se le esperienze dei primi tribunali internazionali, risalenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, furono quelle che processarono a Norimberga i criminali di guerra nazisti. Il tentativo del mondo civile è stato sempre quello di mettere in evidenza come il genocidio sia, in realtà, un crimine commesso contro tutta l’Umanità, sopratutto nella convinzione che le sentenze possano essere di monito e che qualsiasi responsabile sappia almeno di non godere dell’impunità per gli abusi e gli arbitri che dovesse commettere durante l’esercizio del suo potere politico.

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Tags: GenocidioPalestinaStriscia di Gaza
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