di Enzo Romeo
Ieri mattina nella Chiesa Cattedrale di Locri si sono svolte le esequie dell’Onorevole Mario Laganà. Avvocato e altissimo dirigente bancario, con incarichi nei board di importati istituti di credito, Mario Laganà è stato un democristiano convinto e tenace sostenitore della corrente che faceva capo ad un leader assoluto, come Emilio Colombo. Due volte parlamentare della Repubblica, già consigliere e assessore comunale a Locri, aveva avuto importantissimi incarichi gestionali nella sanità.
Un uomo e un profilo di altissimo prestigio, dunque, simbolo certamente e orgogliosamente della prima repubblica. Un’epoca della quale, senza timidezze, asseriamo essere nostalgici. Perché quella dimensione operativa della politica aveva trovato un equilibrio, tra le tante difficoltà, e aveva fatto crescere il Paese. È anche vero che alcuni problemi attuali giungono anche da quei tempi, ma la saggezza di autentici giganti, pur nell’errore o negli atteggiamenti apparentemente indifferenti di fronte ad una progressiva perdita di terreno e di consenso, oggi è modello a cui fare riferimento. Lo sappiamo e lo diciamo.
L’ Onorevole Mario Laganà di quella vera cultura politica è stato un riferimento e se anche si volesse muovere qualche rilievo, tutto si fermerebbe di fronte alla autorevolezza della persona, dell’uomo, del professionista pregno di valori fondanti e del politico capace di capire le prospettive Con il fratello, l’onorevole Guido, scomparso un anno fa, che la storia della politica incastona nel podio dei grandi e più visionari e propositivi assessori regionali, ha formato una palestra di formazione, aprendo percorsi ad una nuova classe dirigente.
Quella Democrazia Cristiana, come tutti gli altri partiti, hanno fatto lavorare milioni di persone? Si! E quindi?Onore a questo sistema.Certo la politica era sangue e merda (Formica docet), ma forse oggi è diverso?La Democrazia Cristiana raccomandava?Forse. Soprattutto segnalava e lo faceva con uno stile sopraffino. Ad una segnalazione seguiva costante la frase finale: “Sempre che la persona abbia capacità e sia meritevole”. Stile, signori, che era autentico insegnamento per tutti.
Quando il referendum per l’abolizione delle quattro preferenze ottenne il quorum, i giganti della prima repubblica incassarono con grande esemplarità il colpo. Non disdegnarono una riflessione rivolta agli italiani, che suonava più o meno cosi: “Speriamo che non si debbano un giorno pentire”.Volete saperla tutta? Chi scrive è pentito di avere votato per l’abolizione.Crediamo che quel sistema fisiologicamente si sarebbe indebolito da solo e al suo stesso interno avrebbe individuato le vitamine giuste per autorigenerarsi e per pensare ad un nuovo corso.Sarebbe stato meglio.Mario Laganà, in forza della sua lunga capacità di capire le cose, aveva sposato il nuovo corso, consigliando e individuando positive linfe. Aveva subìto la tragedia della morte violenta del genero, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno. Di fronte al dolore immane, mai una sillaba fuori posto, mai un atteggiamento scostante, semmai il richiamo a principi e valori, nel rispetto di una comunità che, trasversalmente, si era stretta intorno alla famiglia dilaniata da un atto tanto vile, quanto intollerabile. Ed anche quando la figlia Maria Grazia, medico e vedova dell’onorevole Fortugno, divenne parlamentare con il Pd da lui non giunsero parole tronfie. Certo la gioia paterna non mancò, ma sempre nel rispetto di uno stile consolidato.
Adesso parlo in prima persona. Vi racconto due situazioni che mi videro emotivamente coinvolto. Rientravo in Calabria,a Luglio inoltrato, da Roma, dopo i mesi trascorsi per gli impegni universitari ma, soprattutto, per la frequenza della scuola di teatro di cui ero allievo, era il 1986 credo. Capitai vicino al posto proprio dell’onorevole Laganà, e a quello di un socialista di sinistra autentico, non affascinato da Craxi, un intellettuale assoluto, il professor Giuseppe Alvaro, sidernese e romano d’adozione, docente ( oggi emerito) alla Sapienza di Roma di Statistica Economica e futuro preside della facoltà. Due giganti che si conoscevano bene.Credetemi, ascoltarli fu una lectio magistralis. Due visioni totalmente diverse su temi socioeconomici e politici, ma entrambe affascinanti e coinvolgenti.Io e altri giovani zitti ad ascoltare, ammirati da tanta passione e chiarezza di idee.Il viaggio sembrò un lampo, grazie a questi due grandi.Il secondo episodio è più umano. Ero diventato cronista di giudiziaria e seguivo giornalmente le dinamiche di processi e inchieste. Un giorno stavo seguendo a Locri, nella sede di piazza Tribunale, oggi piazza Fortugno,un processo importante.Giunti alla pausa di udienza, uscii per mangiare un boccone al volo, considerati i tempi ristrettissimi. Fuori incontrai Fabio Laganà, figlio di Mario.Il tempo di un saluto e di qualche riflessione sulla politica e quasi a stringere i tempi l’invito di Fabio ad andare a casa a pranzare con lui e i suoi familiari. Neanche il tempo di motivare la mia impossibilità ad accettare che sopraggiunse, di rientro dal lavoro, il padre. Non mi conosceva e così Fabio spiegò chi fossi.Un sorriso, una stretta di mano e una frase paterna: ” Sali a casa da noi, pranziamo insieme”. Ecco, quella casa, venerdì pomeriggio, quando sono andato a salutare i congiunti dell’ Onorevole Laganà e a rendere omaggio alla salma, era un via vai di persone. Secondo consolidata abitudine, del resto.Un abbraccio al dottor Francesco, al dottor Fabio,all’onorevole Maria Grazia, alla nuora, ai nipoti e un saluto agli amici, che erano li, in rispettosa attenzione. Casa Laganà è sempre stata aperta alla gente. E non posso dimenticare, non voglio dimenticare, Donna Ninì Chianese, moglie di Mario, scomparsa da qualche anno, stimata docente del liceo Oliveti di Locri e donna di impegno assoluto. Credo di non dover aggiungere altro, se non pensare che a Mario Laganà, Democristiano autentico, la terra sarà lieve.












