*di Annabella Gimondo
“Il giorno dell’ape” di Paul Murray (Einaudi) delinea con semplicità narrativa la struggente e sfaccettata complessità di una realtà familiare apparentemente ordinaria, ma che presenta delle fratture insanabili al suo interno, accentuate dal susseguirsi di innumerevoli eventi fortuiti nel tempo.
La narrazione in terza persona permette di analizzare la psicologia di ogni singolo personaggio, offrendo al lettore un profilo psicografico dettagliato: Murray decide di intrecciare la storia dei personaggi del suo romanzo narrandone il vissuto, descrivendone il carattere ed evidenziandone i lati più oscuri e latenti di esso.
Lo stesso linguaggio, dai termini scelti all’uso della punteggiatura, ha la funzionalità di comunicare ulteriori informazioni relative alla figura di cui si parla, in un crescendo di emozioni e sensazioni.
Le cause dell’irrimediabile incrinatura familiare risultano essere due e in un rapporto di evidente dipendenza: qualora nei legami instaurati prevalga un’esagerata considerazione della propria individualità, è ineluttabile incorrere in casi di comunicazione aberrante.
Murray si aggiudica il Premio Strega Europeo con questo romanzo e le ragioni risultano ovvie: abilità e bravura nel rivelare una verità improbabile quanto attuale come quella risiedente nella compromissione della stabilità dei rapporti umani a causa dell’impotenza degli individui di attuare cambiamenti, considerando le responsabilità che inevitabilmente incombono sugli stessi, riuscendo a preservare la propria essenza identitaria nella lotta eterna al conformismo sociale.













