di Patrizia Massara Di Nallo
Un romanzo che trae le proprie radici dalla cultura, peculiare ed affascinante, della Calabria Ionica, quella dei proprietari terrieri e dell’economia che, tra fine Ottocento e inizi Novecento, gravitava intorno ad essi. Narra come quel mondo si sia trasformato, con il trascorrere dei decenni, fino al suo lento e inesorabile dissolvimento e, infine, il sopravvento di una società più moderna concretizzatasi con aspettative e obiettivi da realizzare anche lontano dalla propria terra d’origine. Un incedere letterario realistico che, lasciando poco spazio alla fantasia per le descrizioni puntuali ed equilibrate, focalizza l’attenzione del lettore su luoghi e personaggi con essenziali ed incisive pennellate, tanto gli uni e gli altri si stagliano dai contorni nitidi e imperiosi o talvolta tratteggiati a tinte pastello.
La penna di Saverio Strati, connotata, quindi, da un moderno verismo, è immersa appieno nel tessuto calabrese ora nelle sue soavità, ora nelle sue asprezze e continue contraddizioni. La mancata suddivisione in capitoli non imprime alla lettura pause nette nonostante la trama attraversi un lungo periodo temporale, al contrario contribuisce a far dipanare il racconto come un fiume in piena che appassiona il lettore ora immergendolo in ricordi nostalgici e ravvisabili nella memoria di molti, ora proiettandolo verso un domani quasi inaspettato che sconvolge a brutto muso il ritmo cadenzato dell’ieri. Prorompe da subito, tanto semplice nell’organizzazione e nell’apparenza quanto al contempo intrigato nella psicologia e nelle dinamiche, il mondo rurale e quello borghese dei latifondisti che basavano la loro fortuna economica sui possedimenti e sulle varie coltivazioni dei poderi nella campagna litoranea o nella collina. E’ la saga di una famiglia, i Polifroni, e del suo capofamiglia, don Enzino, un ricco proprietario che ha avuto figli in prime e in seconde nozze e che fatica a tenere insieme il suo volere e le personalità molto eterogenee e ribelli di essi. Uno di essi, Toni, è la voce che narra in prima persona le vicissitudini di tutti i membri coprendo un arco temporale che va dalla sua infanzia alla vita adulta, quando, contro il volere paterno, si dedica alla scultura; l’altro figlio, Andrea, è “scioperato”, uno scapestrato che intraprenderà la carriera politica e, come da giovane ha sperperato al gioco le sostanze paterne, così continuerà a comportarsi per tutta la vita sperperando le risorse pubbliche; infine il terzo, Giulio, che dopo aver lasciato il seminario, per una ragazza cambierà la propria strada e il proprio destino e diventerà medico. La casa padronale viene definita “maledetta” dagli stessi lavoranti che le ruotano intorno essendoci, fra gli stessi fratelli Polifroni, una latente divisione alimentata dalla madre degli ultimi due che li preferisce al primo figlio del marito. Le vicende interne al nucleo familiare si intrecciano indissolubilmente con il resoconto dei lavori portati avanti nelle campagne cosicché il piano dei sentimenti e delle traversìe interiori dei personaggi sembra strettamente dipendere dall’andamento della proprietà e dai dissidi per la futura eredità.
La descrizione della Conca degli aranci sembra balzarti incontro, dalle pagine del libro, con il suo carico di profumi e la visione onirica degli alberi fioriti che creano quasi una coltre di neve sospesa in aria. E’la quinta di scena nella quale si dipana il periodo estivo della famiglia, quando i Polifroni si trasferiscono nella villa della suddetta località. “Al tempo della fioritura degli aranci e dei limoni si rimaneva storditi tanto forte e penetrante era l’odore dei magnifici fiori bianchi a grappoli fitti occhieggiante di tra le foglie”. La mietitura, la vendemmia, la raccolta delle olive, la macellazione dei maiali scandiscono, quali riti ancestrali, le stagioni della vita familiare, interrotta nel suo ritmo solo dalle gite nel capoluogo, Reggio, e a Roma. Si delinea una società patriarcale in cui ognuno conserva un ruolo ben definito e l’unica variazione concessa è quella dello status sociale così come accade al giovane capostipite dei Polifroni, che riesce a passare in poco tempo dal ceto dei fattori al ceto dei signori che vivevano di rendita. E come un altro cerchio concentrico più piccolo e funzionale alla trama, altri personaggi collaterali assurgono al ruolo di coprotagonisti con la loro personalità talvolta seria e misteriosa, talaltra stravagante e, a tratti, umoristica: da zio Rocco a zio Cicalino, il racconto si arricchisce di una carrellata di figure quasi iconiche e indispensabili all’interpretazione del climax letterario. Infatti, pur rimanendo discretamente ai margini del racconto, ritornano ciclicamente qua e là mostrando altri riflessi della società del tempo. In essa ancora si operano distinzioni tra i nobili ricchi o decaduti, i benestanti con titolo o senza titolo, da un lato, e i contadini, mandriani, vaccari e mercanti,dall’altro, mentre si avverte, da lontano , un flebile sentore di cambiamento che prepotente si fa strada, mischia le carte e man mano finirà per affievolire gli stereotipi e confondere le classi sociali. La parte più privilegiata, quella dei proprietari fondiari ancorata tenacemente al passato, diventa sospettosa e timorosa dei cambiamenti annunciati, ma, alfine, si deve rassegnare alla modernità che avanza facendo i conti con la fine di un mondo, del suo mondo, che agonizzante non sopravviverà, se non in minima parte, all’industrializzazione e al disinteresse degli eredi . Saranno fautori di questo radicale mutamento, e talvolta complici, anche l’emigrazione di massa all’estero e l’abbandono progressivo delle campagne per il miraggio di lavori maggiormente retribuiti nei grossi centri cittadini. Così trascorrono i decenni operando radicali trasformazioni sui volti dei personaggi, sui loro caratteri, sulle travagliate decisioni e, conseguentemente, sul clima familiare, mentre, a sottolineare l’inarrestabile progresso, si affacciano le prime rivoluzionarie novità tecnologiche, quali il telefono, che incomincia timidamente a trovarsi in qualche casa.
La frase che conclude il romanzodescrivendo la madre“Con uno struggente dolore nella voce e qualche lacrima negli occhi” sembra rivolgere, ancora una volta, uno sfuggente e nostalgico sguardo al periodo apparentemente più stabile, e forse più spensierato, di tutta la vita familiare. L’emozionante affresco dei paesaggi della provincia di Reggio Calabria acquista, nell’opera di Saverio Strati, una naturalezza tanto tangibile da poter essere ravvisata immutata ed identificativa ancora oggi. La lente dello scrittore, pur non scavando a fondo nelle origini greche e mediterranee, le sottende nell’aura del romanzo quando esse traspaiono dai gesti e dalle sentenze di alcuni personaggi. Lo stile essenziale, quasi asciutto, di Saverio Strati, fa riecheggiare sommessamente ogni suono e ogni palpito intonandolo agli eventi storici in quadri che non si scompongono all’improvviso, ma assumono una naturale ragion d’essere in forza degli inevitabili mutamenti epocali.













