di Mario Staglianò
“Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così” (Fight Club, 1999).
Una delle più famose citazioni del film di David Fincher continua ad insinuarsi come un rumore sordo nella testa di milioni di persone mentre, quotidianamente, replicano in maniera meccanica i dogmi del vivere moderno. Dal decennio della “fine della Storia” è diventata un cult, un palese manifesto delle nevrosi della Modernità ed una delle tante rappresentazioni del disagio esistenziale della classe media occidentale.
Siamo di fronte al ribaltamento di una delle più grandi promesse dell’Era contemporanea ovvero la piena realizzazione di se stessi e delle proprie aspirazioni, con l’incessante perseguimento della “Felicità” individuale che venne, addirittura, inserito incautamente nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America nel lontano 1776… Il risultato, dopo due secoli e mezzo, è la strisciante infelicità di milioni e milioni di persone; materialmente ricche, psicologicamente a pezzi ed esauste. Col senno di poi, la conquista della felicità avrà avuto un costo molto salato: la disperazione degli individui, la disintegrazione della società e la distruzione del pianeta terra.
Ma l’affermazione e, soprattutto, l’accettazione di questa oscura realtà rimane ancora un colossale tabù per le nostre società, specialmente per i “chierici del Sistema”, stratificati su più livelli, che non possono permettersi di mettere in discussione tutta la loro esistenza, il modello che gli ha fornito i privilegi di classe e soprattutto l’illusione di servire il “migliore dei mondi possibili”. Troppe cose, però, stanno andando storte sul nostro pianeta. Dalle continue crisi sistemiche (geopolitiche, sociali, ambientali, ecc.) al disagio che serpeggia nelle moltitudini, per continuare ad aggrapparsi acriticamente alle “magnifiche sorti e progressive” reiterando come semplici automi i mantra del passato.
Proviamo a ragionare sulle contraddizioni insanabili del vivere moderno. Specialmente dei soggetti che appartengono al terziario delle società tecnologicamente avanzate; la classe impiegatizia, la classe culturale-mediatica, le sub-élite che ambiscono a entrare nei circoli che contano. Insomma, i piccoli borghesi impegnati in un’estenuante gara per consacrare la propria posizione fra i pari mentre il Sistema fa finta di fornire infinite possibilità davanti ai loro occhi. Un modus operandi che ha avuto un’ulteriore accelerazione con i social network e l’onnipresente villaggio digitale in cui la competizione per il “posto al sole”, per gli status symbol, per essere “riconosciuti” e, soprattutto, per realizzare le proprie aspirazioni ha raggiunto livelli insostenibili. Ma questa dinamica non nasce negli ultimi decenni. È un puro, purissimo prodotto dello slancio moderno degli ultimi secoli che, liberandosi delle vecchie società statiche, delle inefficienti gerarchie feudali e delle superstizioni del passato, ha creduto che con la Dea Ragione e il potere scientifico-industriale fosse possibile elevare definitivamente l’Homo Sapiens verso un nuovo mondo, più giusto, più ricco, più felice.
Ovviamente il processo di modernizzazione fin dalle origini aveva mostrato i suoi notevoli aspetti negativi ma l’effettivo miglioramento delle condizioni materiali per milioni, e poi miliardi di persone, la creazione di opportunità un tempo impensabili e il dispiegamento della conoscenza alle masse, oltre che l’inevitabile potere coercitivo del Sistema stesso, hanno nascosto per lungo tempo i crescenti costi del Meccanismo moderno. L’espansione del grande ciclo produttivo, specialmente per i Paesi industrializzati dopo la Seconda guerra mondiale, ha generato quella estesa classe media che ha potuto godere di condizioni ormai non più replicabili . Non solo perché le dinamiche globali sono radicalmente cambiate (l’ascesa dei Paesi emergenti, il declino dell’egemonia basata sul perno euro-americano), ma anche per l’incremento delle crisi interne alle società avanzate (demografiche, economiche, ecc.) e per l’incapacità a soddisfare le impossibili promesse pompate dall’apparato mediatico-politico. Il ciclo della crescita eterna si è contorto, in parte inceppato nei Paesi più ricchi, mentre i suoi costi climatico-ambientali sono diventati pericolosi per la tenuta stessa dell’attuale civiltà umana. Ma quello che è il sintomo di un modello di sviluppo giunto al capolinea per altri, specialmente per quelli che non condividono queste tesi, è solo un momentaneo problema in attesa del nuovo slancio verso “l’infinito e oltre”.
Più volte è stato predetto il crollo del capitalismo, della Modernità o, anche, del semplice “Occidente”. Più volte i catastrofisti sono stati smentiti dall’enorme capacità adattiva del Sistema dominante. Per alcuni politologi la mancanza di opportunità per tutti è solo figlia del neoliberismo e delle disuguaglianze estreme che, prima o poi, saranno sanate da nuove lotte sociali. Per altri sarà la madama tecnologia a sanare i problemi creati dal modello tecnologico stesso, in particolare la crisi climatica-ambientale. Per altri ancora il malessere psicologico del ceto urbanizzato è solo un momentaneo borbottio di una classe agiata, liberal-progressista, troppo indolenzita dal bengodi attuale, che ha ben poco a che fare con chi vive di lavori manuali in provincia, con chi è un religioso credente, con chi ha fede nel sol dell’avvenire. In fondo questi tempi di crisi potrebbero essere solo un periodo di transizione in attesa del pieno dispiegamento delle “tecnologie esponenziali”, della fusione uomo-macchina e quindi di quella nuova “linfa artificiale” che ripoterà vitalità alle atrofizzate masse borghesi, sfoltite e rafforzate durante il prossimo brutale processo di selezione…
Bisogna sempre tenere conto che in tutte queste analisi vi è uno strisciante conflitto generazionale, specialmente fra le generazioni che hanno vissuto fasi diverse del ciclo di modernizzazione sviluppando identità e sensibilità differenti e, allo stesso tempo, uno scontro fra “integrati & apocalittici”. Con i primi pronti a difendere a spada tratta l’architettura istituzionale che presiedono e i secondi all’assalto della detestata torre d’avorio. Ma, al di là di queste eterne diatribe, non si può negare che l’intricata complessità dispiegata dalla Modernità stia mostrando inquietanti crisi multiple, con rischi enormi mai corsi prima dall’umanità e una cavitazione sociale-istituzionale in seno alle democrazie da far dismettere i pensieri più ottimistici. Le nevrosi si accumulano senza sosta, l’Idiocrazia è diventata una realtà concreta nel cuore della prima Potenza mondiale, la frustrazione causata dal “sogno tradito” serpeggia anche nei ceti più abbienti mentre numerose classi dirigenti sono in preda a un palese crollo culturale/cognitivo di proporzioni sconosciute. Come possa reggere a lungo un modello così complesso, sollecitato da variabili impazzite, in mano ad uno show fuori controllo, è un autentico mistero… Ma per quanto il prezzo da pagare stia crescendo, i “padroni del vapore” non possono e non vogliono fermare la corsa del treno.
Si può decrescere infelicemente? La stragrande maggioranza non realizzerà i suoi sogni. Non avrà successo. Non trasformerà le proprie passioni in un lavoro ben remunerato. Non avrà sostanzialmente una vita piena e felice. La classe disagiata è pronta a fare un passo indietro? Una possibile strada salvifica potrebbe trovarsi nel auto-declassamento individuale e, quindi, nell’accettazione della fine di un’epoca. Una pacifica via alternativa alla “guerra di tutti contro tutti”, focalizzandosi sul recupero dell’equilibrio mentale ed esistenziale. Qualcosa che vada ben oltre il ritiro comodo e borghese in campagna. Ma una scelta del genere implica, se applicata contemporaneamente dalla maggior parte degli individui, un ribaltamento radicale dell’intero modello di sviluppo costruito negli ultimi tre secoli. Una rivoluzione inaccettabile per le élite al comando e per quel ceto medio urbanizzato coinvolto ossessivamente, 24h su 24, nelle dinamiche sistemiche.
Ne saremo all’altezza? La forza morale che sarebbe necessaria per rinunciare non solo alle condizioni materiali delle società del benessere, ma soprattutto alle promesse inesaudibili di realizzazione che alimentano il gigantesco falò delle risorse del pianeta, sembra fuori dalla nostra portata. La classe media fabbrica individui desideranti, non asceti: la delusione endemica è solo uno scarto del suo sistema di selezione sociale. La sfida della transizione ecologica non può essere vinta da un’umanità che ha fatto del consumismo la propria seconda natura. Spinta dalla pressione del mercato del lavoro e della società intera, la classe disagiata preferisce scomparire piuttosto che rinunciare ai suoi progetti esistenziali.
Purtroppo, in questo scorcio di secolo ci siamo ritrovati incastrati fra l’ingenua illusione delle anime belle (la decrescita felice), il tentativo disperato delle élite (il salto nello Spazio) e il rischio fatale (il collasso della civiltà moderna). La “felicità” ci sta sfuggendo dalle mani mentre un fenomeno nuovo sta emergendo come risposta a questo delirio accelerato: una parte delle nuove generazioni, inconsciamente e con molto dolore interiore, sta proprio adottando la decrescita infelice. Non alla Fight Club, con un feroce e rinnovato spirito di gruppo. E nemmeno con una nuova potente ideologia rivoluzionaria. Semplicemente scivolando nella passività e nella chiusura verso il mondo esterno: adolescenti che si ritirano dalla società, che rinunciano all’estenuante competizione sistemica, che pian piano si “spengono” di fronte agli insopportabili input artificiali. Una serie di comportamenti che si stanno espandendo a macchia d’olio, anche in quei paesi che solo recentemente hanno raggiunto un livello di sviluppo avanzato. Forse le attuali generazioni, in maniera istintiva, stanno interiorizzando il fatto che sono nate in un ciclo decadente, prossimo alla fine. E non hanno più l’energia e la vitalità per fare marciare la Modernità, insieme a una marea di anziani che stanno diventando la maggioranza nelle società avanzate. L’Italia in tal senso è un perfetto laboratorio del “declassamento”, con un’enorme ricchezza privata in dissipazione, una crisi demografica senza precedenti, una gioventù istruita, sfruttata e costretta spesso a scappare all’estero; e un sistema sempre più vecchio, incastrato nelle liturgie del passato, spaventato a morte dal futuro. Spaventato dal cambiamento.
Non basteranno timide riforme né sforzi individuali. Ci vuole una rivoluzione che sia contemporaneamente sociale, economica e culturale, un passaggio di civiltà. Se è vero che la crescita economica non tornerà più, allora l’unica cosa che può salvarci è un nuovo mito o una nobile menzogna. Ma chi potrà mai inventarla, se non qualche poeta, un disagiato, uno spostato?













