di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte Wikipedia)
E’ risaputo, e la tendenza è pluridecennale, che gli italiani leggono poco. In effetti, si legge meno e si scrive di più, cresce l’offerta editoriale e calano i lettori, in un’allarmante contraddizione economica e culturale. Le conseguenze? Innumerevoli e preoccupanti i soprattutto per il mondo scolastico e quindi per il futuro di tutta la società, essendoci una correlazione stretta e scientificamente documentata fra i testi letti e l’usus scribendi.
Molti studenti, infatti, presentano difficoltà proprio nell’italiano scritto e questo diffuso vulnus, se non risolto fin dalle scuole elementari, continua a trascinarsi nei successivi anni di studio provocando disagi personali scarsamente risanabili e ripercussioni lavorative imbarazzanti e limitanti.
Ricordiamo che nel 2017 alcuni docenti universitari avevano indirizzato al Governo una lettera che aveva fortemente scosso l’opinione pubblica e nella quale si leggeva : “alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente… Circa i tre quarti degli studenti delle triennali sono di fatto semianalfabeti … È francamente avvilente trovarsi di fronte ragazzi che vogliono intraprendere la professione di giornalista e presentano povertà di vocabolario, scrivono come se stessero redigendo un sms, con conseguenti contrazioni di vocaboli, o inciampano sui congiuntivi”.
In sette anni, purtroppo, le cose non sono migliorate e i dati continuano ad essere confermati. A riaffermarlo, secondo la lista pubblicata ad agosto 2024 in occasione della ricorrenza del Book Lovers Day 2024, è l’ultima raccolta di dati di Eurostat che vede l’Italia al terzultimo posto in Europa per lettori. Medesima carente situazione si può evincere dai risultati dei test Invalsi, adoperati da sempre quale monitoraggio delle competenze sviluppate a scuola. Si registra, in realtà, un leggero miglioramento, seppur lento, rispetto agli anni in Dad a causa del Covid, ma i risultati continuano ad essere complessivamente lontani da quelli pre-pandemici rilevati testimoniando, quindi, le stesse criticità precedenti sia per quanto riguarda la comprensione del testo sia per la stesura degli scritti; praticamente si ha difficoltà a comprendere quello che si legge e a mettere le proprie idee nero su bianco.
Appare evidente che occorrono , quindi, azioni urgenti e concrete contro la mancanza di innata curiosità (peculiare dell’intelligenza, ma anche di un’adeguata stimolazione didattica) che può alimentare la voglia di leggere, sia contro l’ impressionante genericità dei concetti espressi che atrofizzano lo sviluppo intellettuale della società sia contro l’imprecisione comunicativa che prorompe nelle scuole superiori o perfino all’università. Non di rado, infatti, capita di venire a contatto con professionisti che, in sede lavorativa, cadono in strafalcioni grammaticali, arrotolano i concetti su sé stessi incuranti di farsi capire (forse non essendo chiari neppure a sé stessi) oppure stendono relazioni in modo confusionario e lacunoso.Il saper scrivere nella propria lingua madre, d’altra parte, non necessita solamente di solide conoscenze grammaticali, ma anche della capacità di saper usare la terminologia in modo più consono possibile. Questa minima ginnastica mentale, riguardante l’associazione dei termini, si può raggiungere solo con un uso costante e appropriato della lingua evitando, al contempo, l’uso eccessivo dei modi di dire, notevolmente impersonali e omologanti. Inoltre, nella pratica didattica, si è spesso trascurato questo aspetto nulla facendo, finora, di più semplice e sbrigativo che licenziare il problema riconducendolo solamente a un innato dono di natura e quindi delegandone la soluzione alla lettura assidua di qualsiasi cosa, dai giornali ai libri fino alle pagine della Rete.
Fondamentale diventa, a questo punto, l’ambiente familiare e i docenti attenti che, fin dai primi anni , accompagnano e forniscono gli strumenti adeguati per raggiungere l’obiettivo, quali esercitazioni con sintesi, mappe concettuali, ecc. Per alcuni ragazzi, inoltre, la pagina bianca può assumere i contorni di un vero e proprio stress nel momento in cui devono comporre anche un semplice testo in modo lineare e corretto. Nonostante sia stata più volte dimostrata scientificamente la stretta relazione intercorrente tra la capacità menmonica e la scrittura così come la maggiore comprensione e attenzione di fronte al supporto cartaceo rispetto a quello digitale, Internet si è prepotentemente sostituito ai libri non limitandosi ad affiancare i discenti nel loro lavoro, ma fornendo in tempo reale risultati di ricerca e collegamenti ipertestuali, suggerendo soluzioni e spunti, limitando conseguentemente la creatività e la fantasia della scrittura soprattutto nei più piccoli. E meno si immagina, meno si ha la voglia di esprimere, con padronanza di vocaboli, il proprio pensiero.
Per combattere la dilagante povertà lessicale, e oltrepassare così la soglia dei cinquecento lemmi in dotazione alla maggior parte dei ragazzi di oggi e di cui parlava Umberto Eco, si dovrebbe riprendere l’abitudine di consultare il caro e vecchio vocabolario, ma quello cartaceo naturalmente, che allena la mente e agevola la memorizzazione. Si tratta di una dura lotta, ma anche di una sfida entusiasmante quella che viene vissuta dai docenti e da tutti coloro che, pur non disdegnando la rapidità delle ricerche in Internet, cercano di far apprezzare anche la lenta ricerca sui libri ottimizzando, quindi, il tempo dell’approfondimento senza trascurare i processi cognitivi sensoriali stimolati dai libri, quali vista e tatto, e quindi l’acquisizione una conoscenza di più lungo termine. Per gli indirizzi scolastici umanistici si trasportano ancora, letteralmente a spalla, e si sfogliano i pesanti tomi del Rocci di greco, del Carbone di latino,dello Zingarelli di italiano e così via passando per la lingua straniera. Sicuramente, così,si trascorre più tempo sui libri, fino a tarda notte, e si dedica meno tempo alle attività extrascolastiche, ma, al contempo, si risolvono in prima persona i rompicapo di alcune traduzioni, magari riuscendo a trovare la cosiddetta “frase fatta” che dipana, eureka, ogni dubbio.
E la ginnastica dei neuroni diventa un allenamento proficuo per tutte le materie scolastiche e per le associazioni lessicali della lingua scritta e parlata, mentre si continuerebbe a fare più fatica a scrivere immolando disinvoltamente le sgrammaticature e l’esiguità di concetti sull’altare dell’estemporaneità, o meglio, della velocità.













