di Gianluca Albanese
L’eterno conflitto tra la condizione di uomo e quella di soldato; la resistenza alla neve e al freddo implacabile del Forte di Fenestrelle e soprattutto all’oblio della Storia. C’è tutto questo ne “Il custode della vita. Giuseppe, soldato al Forte di Fenestrelle. 1940-1943”, l’ultima fatica letteraria di Lina Furfaro. Un romanzo, edito da Baima Ronchetti e pubblicato la scorsa primavera, basato su fatti veri e documenti d’archivio, scritto con la capacità narrativa e l’amore che solo la figlia di un soldato dell’epoca può esprimere.
Già, perché Giuseppe altri non è che il padre dell’autrice. Un ragazzo della Locride cresciuto nei campi e coi sani principi di una famiglia di gente per bene che un giorno riceve una cartolina verde e viene sradicato per combattere contro un nemico non voluto. Non c’è la retorica militare nel romanzo di Lina Furfaro. Semmai, si coglie appieno il confronto stridente tra il sole della campagna locrese e il gelo della fortezza piemontese, l’odore ferroso e la polvere delle camerate, gli sforzi prodigiosi dei muli e la gioventù regalata a uno Stato che da un giorno all’altro ti lascia solo con te stesso a ridiscendere a piedi tutta Italia dopo l’armistizio alla ricerca della via di casa, con ogni essere vivente incontrato sul proprio cammino che può costituire un potenziale pericolo di vita.
E la grande Storia? Rimane sullo sfondo, dietro le Alpi e sui dispacci gracchiati da una radio di fortuna. L’eco dei proclami del regime si perde in una catena di comando e di controllo spezzata dagli eventi successivi a una dichiarazione di guerra che quei soldati non volevano, costretti a vivere scampoli di gioventù nelle libere uscite a immaginare un domani incerto e una vita lasciata ognuno nel proprio lembo d’Italia.
Giuseppe la sua storia la fece col suo spirito di giovane volenteroso, che imparò a scrivere e a tagliare i capelli ai commilitoni da soldato, stimato dai superiori per la mano ferma e l’affidabilità, benvoluto da chi all’inizio non riusciva a comunicare per bene parlando un dialetto incomprensibile.
La lettura del romanzo è oggi utile a chi subisce il fascino perverso di sovranismi, nazionalismi e retorica bellicista, di chi confonde la Patria con un malinteso spirito sciovinista, di chi prova a dare un senso alla propria vita infarcendola di sovrastrutture e simboli vuoti.
Perché la storia di Giuseppe insegna che tutto può cambiare da un giorno all’altro: quando si è costretti a partire e quando non c’è altra scelta che avventurarsi in un viaggio di migliaia di chilometri a piedi per ritrovare casa. Lì, da solo tra sentieri di montagna, la divisa che hai indossato e le tecniche che hai imparato non servono a nulla. E se riuscirai a tornare, sarà solo per la fede incrollabile e la solidarietà spontanea di chi incontrerai nel tuo cammino.
Forse il messaggio più importante del libro (e della vicenda umana di Giuseppe Furfaro) è proprio questo.













