di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte Wikipedia)
Nell’ultimo decennio, in particolar modo, si è verificata una continua e progressiva trasformazione del nostro linguaggio, di pari passo non solo alle innovazioni tecnologiche, ma anche alla maggiore presa di coscienza dei mutamenti sociali quale, per esempio, la progressiva affermazione in campo lavorativo delle donne soprattutto in ruoli che erano di ambito e predominio prettamente maschile. A questi cambiamenti, epocali soprattutto per il nostro Paese, si è prepotentemente aggiunto il desiderio di una lingua più duttile e snella che non lasciasse spazio ad equivoci o, peggio, si fossilizzasse attenta più all’introduzione ed assimilazione di vocaboli stranieri che ad un’insita evoluzione formale e pratica. Inoltre, il trascurato usus scribendi in corsivo in favore di quello in stampatello e l’utilizzazione delle abbreviazioni, caratterizzanti le ultime generazioni di giovani, ha generato una tale confusione da spingere, in primis in ambito scolastico , ad una sensata e frettolosa retromarcia verso forme più estese e complete di scrittura.
L’obsolescenza terminologica è nemica giurata della lingua, sia parlata che scritta, ma dobbiamo riconoscere che la nostra, dotata di quasi mezzo milione di lemmi adattabili ad ogni più infima sfumatura di significato e fonte di stima ed inarrivabile paradigma per i linguisti stranieri, non ha mai manifestato, nel corso della sua genesi e storia, segni di stanchezza o di avvizzimento. Tutt’altro! Basti pensare al 2016 quando un bambino, Matteo, inventò il nuovo vocabolo petaloso, che, tramite la lettera della sua maestra Margherita all’Accademia della Crusca, balzò con il suo piccolo autore agli onori della cronaca suscitando le prevedibili polemiche dei puristi e le approvazioni degli innovatori linguistici. Manco a dirlo, tutti zittiti a stretto giro di posta dall’ufficiale approvazione del suddetto aggettivo da parte dell’Accademia in questione. Andando a ritroso nella storia, non ci meraviglia scoprire che i vocabolari, per secoli, sono stati diretti da uomini senza che questa discriminazione costituisse, per la cultura androcentrica del tempo, un problema né letterario né sociale. Tutto, quindi, scorreva senza intoppi o obiezioni in una società naturalmente declinata al maschile.
Il primo vocabolario della lingua italiana, risalente al 1612, è stato il Vocabolario degli accademici della Crusca e in seguito, altri dizionari storici della lingua italiana, come lo Zingarelli del 1917, pubblicato a dispense fino al 1922, hanno presentato le voci principalmente al maschile con le forme femminili spesso sottintese o indicate in modo secondario. Sebbene successivamente ci siano stati sporadici tentativi di alcuni illuminati editori di rimarcare un distinguo di genere nelle professioni, ciò non ha minimamente influito sulla vita quotidiana. Si è dovuto attendere esattamente un secolo, precisamente il 2022, e l’uscita dell’illustre vocabolario italiano Treccani, per vedere finalmente puntualizzato, e quindi legittimato,come il femminile non si debba necessariamente comporre dal maschile, ma si possa trovare accanto ad esso in ordine alfabetico, vestendosi così di equa verità e assumendo la stessa dignità linguistica del maschile.E’del tutto evidente come non si tratti solamente di mere parole e di conquiste sociali secondarie, ma di una luminosa e attesa pagina culturale che sottolinea un significativo passo avanti per il nostro Paese. Ha ottenuto la giusta collocazione, infatti, una realtà negletta e negata per secoli dai dizionari e, quindi, relegata in un angolino della memoria collettiva. Infatti, nonostante fino ad oggi alcune professioni non siano più rimaste appannaggio solo degli uomini, si è continuato ad usare prevalentemente il maschile forse per abitudine, per scarsa dimestichezza con le possibilità già insite nella nostra lingua oppure, a detta di qualche benintenzionato, per non creare presunte discriminazioni facendo a priori distinzioni fra un chirurgo uomo e un chirurgo donna, un ingegnere uomo e uno donna. Per tanto tempo si è preferito nascondere la testa sotto la sabbia relegando la questione al campo artistico quale materia di esilaranti equivoci o coup de théâtre e creando, al contempo, non pochi problemi e malumori nella vita reale.
Sappiamo bene che ogni lingua è in continua evoluzione quale mezzo principe di comunicazione e conseguentemente riflesso dei cambiamenti sociali, ma abbiamo sempre reticenze nel risciacquare i panni in Arno e nell’adattarci ad un nuovo modo di esprimerci assimilandolo, infine, senza più remore. Ecco, quindi, che ancora oggi perdura, non si placa e di quando in quando prende vigore, la contrapposizione che vede da un lato coloro che vogliono mantenere il genere maschile per indicare anche quello femminile trattandolo, cioè, come se fosse una sorta di “neutro” inclusivo e dall’altro gli indecisi, cioè coloro che usano alternativamente sia l’uno che l’altro a seconda dell’opportunità, ma sempre nell’ambito della correttezza grammaticale. E anche in campo giornalistico, quale prima linea della comunicazione, non tutti sono d’accordo: sindaco o sindaca, ministro o ministra? (intenzionalmente storpiato dai buontemponi in minestra). Per molto tempo abbiamo usato con estrema naturalezza professore e professoressa, direttore e direttrice, maestro e maestra, ecc., quasi fossero, solo quest’ultimi, i lavori accessibili all’universo femminile, ma ci siamo inspiegabilmente arenati davanti a sindaco o sindaca, soldato o soldata considerandole delle sgrammaticature da sottolineare in rosso oppure suoni nuovi e apparentemente cacofonici per le nostre orecchie.
E’evidente come anche in quest’ambito la strada della parità di genere continua a delinearsi sempre più ardua e lunga e urge, pertanto, un diverso utilizzo delle parole che aderisca inevitabilmente ad una nuova visione sociale. Quello che realmente non si può proprio sentire, invece,è l’uso di sindachessa o di soldatessa considerato, dallo stesso Treccani, antiquato, scherzoso o addirittura, in alcuni contesti, ridicolizzante e spregiativo come tradizionalmente hanno avuto in italiano molti nomi femminili con desinenza in essa. Caldamente sconsigliato, quindi, da alcuni esperti e, qualora dovessimo ancora nutrire dei dubbi, ci potrà venire in soccorso la consultazione del caro e vecchio vocabolario. Inoltre, è da sottolineare un’altra lacuna lessicale perché quando vogliamo riferirci ad un gruppo di persone o di cose che comprendano tutti e due i generi, il plurale italiano si compone ancora usando il genere maschile senza distinguere se si tratti di soli uomini (fratelli) o di uomini e donne insieme (anche fratelli), mentre in altre lingue la confusione non esiste perché si usa, per indicare la mescolanza, un terzo specifico vocabolo. E non dimentichiamo, comunque, che le conquiste letterarie valgono anche viceversa, cioè il vocabolo usato finora sempre al femminile potrà assumere la forma maschile senza discriminazioni di sorta e con buona pace di tutti, per cui si avrà sia casalinga che casalingo. Contenti? Allora ci domandiamo con perplessità se sia la lingua ad influenzare la società o sia la società ad influenzare la lingua, sicuri che essendo riflesso l’una dell’altra e strettamente connesse, dovrebbero viaggiare alla stessa velocità. Almeno da ora in poi, si spera!












