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GRADAZIONI LIBERE DAL MIO CARO ERMO COLLE/11 Quel filo rosso tra Falcone e Congiusta, passando per Borsellino

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di Rosario Rocca*

La giornata di ieri, come ogni anno, ci ha riportati al 1992. Alle toghe, al fango, ai cappi. E poi ancora a condanne, forche e tanto fango ancora. La Repubblica sprofondava per rinascere, da lì a poco, con una cravatta nuova. La seconda.

E poi, venne quel 23 maggio. Capaci. Ore 17.58, c’è un botto. Pezzi di asfalto, di metallo, vetri sparsi. Pezzi di corpi, di vestiti, copertoni. Pezzi di tutto. La morte si dimena tra la polvere. Setaccia, tra le voragini, strepitii lenti di esistenze appena appese.  Muoiono Rocco, Antonio e Vito, con le loro divise e le loro coraggiose paure. E muore Giovanni, aveva portato con sé anche Francesca, quel fine settimana in Sicilia. Morta anche lei. Era un magistrato di valore e amava un cadavere che camminava. 

Seguirono altri giorni ancora, non molti. Il 19 luglio in via D’Amelio scoppiò la bomba successiva. Pezzi ancora. E morte. Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio. Cinque servitori dello Stato per cinque medaglie. Erano gli agenti della scorta di Paolo Borsellino. Prima che la morte lo prendesse con sé, era diretto al portone dell’anziana madre con un’agenda rossa e il cuore a pezzi.

Tanta morte. E nessuna verità.

Il giorno dopo. Il 24 maggio – di ogni anno – passate le commemorazioni e le emozioni di rito, la memoria è come se si abbandonasse ad un lento sonno. A parte qualche via di paese da intitolare, un convegno o un film da guardare e applaudire in una sala di teatro, tutto torna al silenzio del dopo. E la verità, dopo essersi affacciata appena il giorno prima, torna a tacere nei fascicoli degli archivi di stato, a essere mistero nelle carte secretate, e polvere in quelle bruciate. 

Ma il giorno dopo, di diversi anni ancora, il 24 maggio del 2005, dopo le immagini e gli slogan di speranza proiettati nelle scuole, un colpo di lupara rimbomba nel cuore della Locride. E’ stato ammazzato un ragazzo. Si chiamava Gianluca, e aveva deciso di giocarsi la sua partita in Calabria. Era già un imprenditore di successo nel campo della telefonia, molto amato dalla gente e dalla sua Siderno. Non lo conoscevo, ma avrei imparato a volergli bene attraverso gli occhi e le lotte di Mario. Avevamo stretto una bella amicizia, era un uomo piacevole. Un giorno mi disse: «Non vado a votare, perché per protesta diserto le urne. Ma se ci andassi il mio voto sarebbe stato per te». Ricordo che gli sorrisi. Di amicizia e gratitudine. Tante volte, nei cortei colorati, mi è quasi parso di vederlo ancora arrivare col suo maggiolone giallo, la bandiera della pace e l’immagine di Gianluca sulla carrozzeria e nel cuore. Se n’è andato senza verità. Senza giustizia. Come tanti, ammazzati una, due, e cento volte ancora. 

Ma oggi, il giorno dopo, di tanti anni dopo, le parole più belle sono di Roberta. Sorella di Gianluca, figlia di Mario. Una Congiusta. “Forse tremavate più voi nel pronunciare quella sentenza che noi ad ascoltarla … La verità la conosciamo! Arriverà il giorno della giustizia, noi l’attendiamo!”.

*scrittore

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