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23 Settembre 2025
in Sotto la Lente
Tempo stimato: 12 min per leggerlo
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di Mario Staglianò

Una delle grandi questioni del nostro tempo è quella degli sconvolgimenti climatici ed ecologici che il nostro pianeta sta attraversando e del loro impatto sulle società umane. Tuttavia non soltanto il clima e gli ecosistemi di cui siamo parte stanno attraversando trasformazioni critiche, non lineari e difficilmente prevedibili. Anche le nostre stesse società si trovano di fronte alla possibilità, realistica ed estremamente concreta, di collassare nel prossimo futuro. Ma cosa s’intende per collasso di una società o di una civiltà? Jared Diamond, basandosi sullo studio dei collassi di civiltà passate, li descrive come una riduzione drastica del numero della popolazione e/o della complessità politica, economica e sociale, in un’area estesa e per un prolungato periodo di tempo, in cui la riduzione della popolazione è determinata principalmente da carestie, malattie o guerre. Ciò significa che un collasso non è la fine del mondo ma è, piuttosto, la fine di un certo modo di stare al mondo: noi esseri umani probabilmente continueremo ad esistere, ma le nostre società e i nostri modi di vivere cambieranno profondamente. Non è la prima volta che succede nella storia. Ogni civiltà segue un ciclo di vita che, prima o poi, la conduce a collassare. Quando guardiamo alla storia delle civiltà passate questo non ci stupisce. Ma è molto diverso osservare con distacco la fine della civiltà egizia, oppure iniziare a considerare seriamente l’ipotesi che potrebbe succedere anche a noi e non in un futuro lontano ma, forse, già nell’arco delle nostre vite.

Ma vi è un’altra definizione di collasso sociale che può aiutare a immaginare quali potrebbero essere le sue implicazioni nella vita delle persone. Si tratta del processo in base al quale i bisogni primari (acqua, cibo, alloggio, vestiti, energia, ecc.) non saranno più forniti – a costi ragionevoli – alla maggioranza della popolazione attraverso servizi giuridicamente regolamentati. Ad esempio, cosa potrebbe succedere se si interrompessero le catene di approvvigionamento che riforniscono di cibo i supermercati, o se venisse a mancare la benzina?

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La prospettiva del collasso della nostra civiltà è indubbiamente difficile da affrontare. È probabile che, al solo sentirla nominare, ci venga voglia di cambiare discorso e pensare ad altro perché tendiamo ad associarla ad un approccio catastrofista e fatalista oppure a scenari distopici privi di ogni speranza.

La civiltà oggi prevalente sul pianeta, che possiamo chiamare civiltà termo-industriale, è probabilmente destinata a collassare nel prossimo futuro. I quattro pilastri su cui la nostra civiltà si basa – ovvero il clima, la biodiversità, l’energia e l’economia – stanno crollando in maniera sostanzialmente irreversibile. Le diverse crisi in atto in ognuno di questi quattro ambiti sarebbero, già da sole, in grado di minare le fondamenta delle nostre società ma sono, soprattutto, le loro interazioni reciproche che, aggravandosi a vicenda, creano un circolo vizioso che ne amplifica enormemente gli effetti distruttivi.

Il primo ambito è il più noto: il clima. Sappiamo che le temperature globali sono in costante aumento e che ogni anno i dati si rivelano peggiori rispetto alle previsioni. Gli impegni presi dai governi vengono costantemente disattesi allontanandoci dal rimanere entro un aumento di 2°C al 2050. Se continuiamo di questo passo potremmo arrivare a sforare i 3°C o addirittura i 4°C entro il 2100 con conseguenze disastrose per la vita sulla Terra. Il collasso climatico è strettamente intrecciato a quello della biodiversità alimentandosi a vicenda. Ci troviamo nel mezzo della sesta estinzione di massa della storia del pianeta, la prima causata dall’azione umana. E ormai sappiamo che noi esseri umani non possiamo più considerarci entità separate e indipendenti dagli ecosistemi nei quali viviamo. Se gli ecosistemi collassano noi collassiamo con loro.

Fin qui niente di particolarmente nuovo per chi già si interessa di questi temi. Le argomentazioni più significative, e che conducono a conclusioni più radicali di quelle che mediamente circolano nel dibattito pubblico, sono invece quelle che riguardano l’intreccio tra energia ed economia. Una delle caratteristiche fondamentali della civiltà umana degli ultimi secoli è il suo enorme consumo di energia. Esso è stato reso possibile dallo sfruttamento intensivo delle fonti fossili e non ha precedenti nella storia: un barile di petrolio produce infatti l’energia equivalente a circa 24.000 ore di lavoro umano. Proviamo a mettere, per un attimo, da parte le preoccupazioni climatiche ed ecologiche e immaginiamo di voler continuare a ricavare energia dalle fonti fossili per far funzionare le nostre società come sono oggi: il problema è che queste fonti fossili sono limitate e ci avviciniamo al loro esaurimento. In particolare abbiamo già superato nel 2006 il picco del petrolio convenzionale ovvero il picco nella curva storica di produzione del petrolio, superato il quale, la produzione inizia a diminuire. Metà delle riserve di petrolio conosciute sono ancora nel sottosuolo ma il problema è che il loro ritorno energetico sull’investimento è molto più basso di un tempo. Se cento anni fa bastava fare un buco per terra per veder zampillare una fontana di petrolio oggi, per raggiungere le riserve rimanenti, occorre trivellare sempre più in profondità cioè serve consumare molta più energia per ottenere altra energia e, quindi, il processo diventa sempre meno vantaggioso.

È stato stimato che le nostre società hanno bisogno di un ritorno energetico dell’investimento minimo per offrire servizi alla popolazione. Sotto questa soglia diventa necessario iniziare a tagliare alcuni dei servizi che consideriamo essenziali (istruzione, sanità, sicurezza, infrastrutture… fino alla produzione di cibo e al riscaldamento). Il punto è che ci stiamo pericolosamente avvicinando a quella soglia a causa del declino dei combustibili fossili. E, purtroppo, affidarsi alle energie rinnovabili non è sufficiente per controbilanciare questo declino. In primo luogo perché le rinnovabili hanno indici di ritorno economico dell’investimento troppo bassi.  Inoltre sul pianeta non ci sono abbastanza metalli e minerali per sviluppare massicciamente le rinnovabili di cui avremmo bisogno per controbilanciare l’energia che non otterremo più dal petrolio. Infatti anche le energie rinnovabili si basano sull’uso di risorse non rinnovabili come, ad esempio, litio per le batterie, ma anche grafite, nickel, e metalli rari. Risorse che sono destinate ad esaurirsi seguendo lo stesso percorso di picco che sta attraversando il petrolio. Inoltre, anche il sistema di produzione delle rinnovabili si basa fortemente sull’uso di combustibili fossili (per la fabbricazione, la costruzione, il funzionamento e la manutenzione), quindi rischia di essere compromesso se questi vengono meno. Anche il nucleare presenta problemi analoghi a quelli delle rinnovabili, ovvero un indice  non abbastanza alto e la dipendenza sia dall’energia fossile che da risorse finite come l’uranio. A questi si aggiungono ulteriori criticità. Ad esempio, nella prospettiva di un collasso sociale, in cui non sarebbero più garantiti i servizi essenziali per la popolazione, come potremmo assicurarci che i delicati e costosi processi di smaltimento e conservazione delle scorie radioattive vengano garantiti senza rischi?

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In breve, non è fisicamente possibile continuare a consumare le enormi quantità di energia che servono alle nostre società per mantenerle come le conosciamo oggi, men che meno per sostenere la crescita costante che le caratterizza. Semplicemente perché le fonti di energia su cui ci basiamo presto non saranno più sufficienti. Quindi, la soluzione sarebbe smettere di consumare così tanta energia? Dovremmo, cioè, seguire la strada della “decrescita” e scegliere volontariamente, in maniera collettiva, di ridurre i nostri consumi? Idealmente sarebbe la scelta più razionale e anche quella preferibile in termini di giustizia climatica: la questione fondamentale, ormai dovrebbe essere chiaro, è che non possiamo avere una crescita economica infinita su un pianeta finito.

Ma non è possibile perseguire reali politiche di decrescita restando all’interno del nostro attuale sistema economico perché quest’ultimo non può fare a meno della crescita: ne ha strutturalmente bisogno per mantenersi. Infatti la nostra è un’economia basata sul debito nella quale anche i governi dipendono dagli istituti finanziari per sostenersi. Sono le banche, infatti, che, comprandone il debito pubblico, permettono agli Stati di pagare i servizi che offrono alla cittadinanza. Ma questo significa che i governi sono di fatto in parte sottomessi al volere delle banche perché queste possono decidere di smettere di comprarne il debito se gli Stati adottano politiche a loro sgradite, esponendoli così al rischio di recessione o di default. E siccome il sistema finanziario internazionale non ha alcuna intenzione di mettere in discussione il paradigma della crescita, perché è su di esso che basa la propria esistenza ed i propri profitti, anche gli Stati non sono sostanzialmente liberi di cambiare direzione. Concretamente, se un governo annunciasse che intende perseguire politiche di decrescita, si esporrebbe al rischio di un collasso della propria economia e ai disordini sociali che ne deriverebbero.

In sintesi è possibile descrivere i primi due ambiti presi in considerazione (clima e biodiversità) come confini oltrepassabili: nessuno ci impedisce di continuare ad alterare il clima o distruggere la biodiversità ma sappiamo che, superate certe soglie, si innescheranno cambiamenti devastanti e difficilmente prevedibili. Gli ultimi due ambiti (energia ed economia) invece riguardano limiti invalicabili. Se continuiamo ad estrarre le risorse non rinnovabili, prima o poi finiranno, è un fatto innegabile. E la nostra economia basata sulla crescita infinita è destinata a collassare su sé stessa quando verrà meno l’energia fossile che la sostiene. Quindi, prima o poi il nostro motore è comunque costretto a fermarsi, per limiti fisici. Se continueremo a ignorare questi fatti e a cercare di consumare le risorse del pianeta fino all’ultima goccia, come stiamo facendo, non riusciremo in ogni caso ad evitare il collasso (forse al massimo a posticiparlo un po’), ma in questo modo ci condanneremo a dover poi ricostruire le nostre società in un ambiente molto più impoverito e inospitale

Ma, se le cose stessero davvero così, cosa dovremmo aspettarci? Come si potrebbe manifestare questo collasso? Data la complessità, l’incertezza e l’imprevedibilità delle trasformazioni che, sempre più, caratterizzano la nostra epoca non è chiaramente possibile aspettarsi previsioni definite, né che un’unica teoria sia un grado di comprendere la realtà.

Possiamo prendere in considerazione una serie di modelli teorici provenienti da diverse discipline, spaziando dagli studi storico-archeologici sui collassi del passato, ai modelli che effettuano previsioni sugli sviluppi futuri in ambito climatico, biologico, sociopolitico, economico e demografico.

Ad esempio, come immaginare un collasso da un punto di vista temporale? Il nostro immaginario collettivo è spesso abitato da narrazioni in cui il collasso avviene di colpo, addirittura in un solo giorno, ma è più probabile che non vada così. Le esperienze passate mostrano che di solito i collassi durano anni, o decenni, in alcuni casi sono durati addirittura secoli. Al tempo stesso, ciò non vuol dire che, all’interno di un declino progressivo, non ci siano anche picchi repentini, nei quali la situazione può precipitare da un giorno all’altro in connessione con un evento di particolare intensità (lo scoppio di una guerra, una crisi economica, una pandemia, un evento climatico estremo, ecc.). Inoltre, alcune teorie propongono l’idea di un declino lineare, che attraversa varie fasi di intensità crescente mentre altre suggeriscono la possibilità di un declino oscillante, in cui si alternano momenti di crollo e di ripresa. Dunque un collasso non è un processo omogeneo nel tempo, e non lo è nemmeno nello spazio: è probabile che esso si manifesti in modalità diverse nelle varie zone del pianeta.

Ma quindi, riconoscere che il collasso è inevitabile significa dire che dobbiamo arrenderci e smettere di lottare contro le tendenze appena descritte? Niente affatto. Intraprendere scelte politiche volte a ridurre il nostro impatto sul clima e a preservare gli ecosistemi è fondamentale e  la prospettiva del collasso dovrebbe indurci ad una maggiore radicalità in tal senso. Ma, al tempo stesso sarebbe un cambio di sguardo rispetto alla situazione in cui ci troviamo ovvero considerarla non più come un problema che possiamo risolvere, ma come una condizione con cui imparare a convivere. Questo concetto è ben espresso dal termine inglese predicament, che indica una situazione inestricabile, irreversibile e complessa per la quale non esistono soluzioni, ma solo misure da adottare per adeguarvisi.

Una tesi del genere è emotivamente molto difficile da accettare e, sotto alcuni aspetti, l’annuncio del collasso è paragonabile a quello di una malattia terminale. Infatti, in entrambi i casi, la prima reazione di coloro che ricevono una notizia così sconvolgente è quella di mettere in campo diversi meccanismi psicologici di negazione, che possono essere consapevoli o inconsci, per allontanare un’angoscia che può risultare troppo pesante da sopportare.

L’abitudine a reprimere il dolore e le emozioni difficili, che è così diffusa nella nostra società, è una delle principali cause della situazione in cui ci troviamo perché ci impedisce di renderci conto della distruzione che stiamo provocando al pianeta, alle altre specie viventi e a noi stessi e anche di attivarci verso un cambiamento profondo. In quest’ottica, il primo e fondamentale passo da compiere è, riprendendo un’espressione di Donna Haraway, «stay with the trouble»: restare a contatto con la scomodità che la prospettiva del collasso suscita in noi, con la fiducia che questo sconvolgimento non porti con sé soltanto dolore e perdita, ma racchiuda in sé anche un grande potenziale di trasformazione, individuale e collettiva.

Tags: cambiamenti climatici
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