di Mario Staglianò (foto fonte ilsole24ore.com)
Davanti alla distruzione degli ecosistemi del pianeta e all’irreversibilità del danno climatico, come agire? Ma, soprattutto, l’essere umano è ancora capace di agire contro la catastrofe?.
Sembra, infatti, che l’uomo contemporaneo sia colto da una paralisi davanti alla catastrofe climatica: incapace di reagire alla propria inerzia, l’individuo oscilla tra la consapevolezza della minaccia ecologica e un oblio autoimposto della sua portata. Come è successo? Per capire le ragioni dietro alla passività dell’uomo contemporaneo, bisogna chiedersi non tanto “come agire?”, ma “chi agisce?”. Infatti, per affrontare le problematiche odierne legate alla crisi ecologica, l’uomo deve in primis comprendere quale sia la sua posizione rispetto all’ambiente e al resto del vivente; una posizione che è stata a lungo fraintesa.
Quando l’uomo contemporaneo si volta indietro a guardare il passato vi scorge le vestigia delle grandi narrazioni della modernità: il futuro, la religione, il progresso. Ormai orfano di questi miti egli sente che il mondo sta collassando davanti ai suoi stessi occhi, totalmente incapace di reagire alla catastrofe. Tuttavia non è propriamente il mondo a disfarsi, ma l’individuo come è stato interpretato sino a ora in Occidente, vale a dire l’uomo cartesiano. L’uomo così inteso è colui che opera una scissione tra sé e il mondo: da una parte l’individuo-soggetto, padrone del suo ambiente, dall’altra il mondo-oggetto, materia grezza e passiva che l’individuo-soggetto può sfruttare e modellare a proprio piacimento. Nella postmodernità questa concezione dell’uomo inizia a barcollare. L’uomo della modernità considerava il mondo-oggetto come lo sfondo di uno scenario allestito dinanzi a lui affinché vi si potesse svolgere la sua vita. L’uomo postmoderno sente ormai quello sfondo sfasciarsi alle sue spalle senza comprendere che è proprio lui, in quanto soggetto, che si sta sfaldando.
Questo soggetto, svuotato e dislocato, della postmodernità diventa “profilo”. Il profilo è frutto di un processo di dissoluzione del soggetto moderno causato dall’idea, ormai dominante nelle società neoliberiste e individualiste, che l’uomo in fin dei conti altro non è che un semplice aggregato di unità elementari, dati quantificabili, il cui funzionamento è paragonabile a quello di una macchina.
La postmodernità aveva già prodotto quell’ideale dell’uomo “imprenditore di se-stesso” che gestisce la sua vita come si gestisce un capitale. L’era digitale ha completato l’opera dislocando ciò che ancora rimaneva di quella unità disgregata in un’infinità di “profili” digitali. La digitalizzazione della società dà luogo così a un mondo totalmente trasparente, che trasforma tutto in informazione e nega ogni specie di alterità. Tuttavia il vivente è esattamente ciò che conserva una quota di opacità, che non è mai uguale a se stesso, ma che contiene sempre una certa distanza di sé dal sé. Annullando questa distanza la cibernetica opera una vera e propria riduzione dell’esistente al “tutto funzionamento” dando luogo a quel soggetto svuotato di sé che è il profilo. L’uomo così inteso ha perso la capacità di agire nel mondo, anzi il suo orizzonte ultimo non è più la trasformazione del mondo ma solo la speranza di farsi ancora un posto nel mondo. Per tale individuo la vita non è più un destino collettivo ma una storia personale.
Non è più possibile identificare l’individuo così inteso con la vita, il pensiero o la cultura. Egli, semplicemente, è un assemblaggio di unità elementari, il cui funzionamento, esattamente come quello di una macchina, segue una logica bottom-up: l’uomo altro non è che la somma delle unità che lo compongono e in tal senso è totalmente trasparente a se stesso e agli altri. Nonostante l’individuo postmoderno sia diventato un profilo egli si percepisce ancora come l’uomo cartesiano – l’individuo soggetto dell’azione – vale a dire colui che intende il mondo come palcoscenico e se stesso come protagonista indiscusso della realtà. A causa del generale senso di impotenza che dilaga nelle società della postmodernità, le quali percepiscono ormai il mondo come una molteplicità caotica e opaca, è esattamente questo passaggio da individuo a profilo. Il mondo è quindi quella creazione immaginaria di una globalità globalizzante che si presenta come l’oggetto per l’individuo soggetto. Se tale dispositivo ha conferito incontestabilmente una certa potenza di agire agli umani, il diventare profilo dell’individuo ha come corollario la sua esplosione.
Infatti, dal canto suo, anche il mondo-oggetto è stato travolto dalla fine dei grandi miti della modernità. Con la nascita delle scienze non-euclidee a inizio Novecento, da oggetto di studio prevedibile e quantificabile, il mondo approda ai lidi dell’imprevedibile e dell’inconoscibile. Fino a quell’istante l’evoluzione delle società umane poteva ancora essere vista come un inesorabile cammino verso la luce: una curva ascendente dall’oscurità della preistoria alle vette illuministiche della modernità che, ipoteticamente, non avrebbe mai terminato di crescere. Con l’affacciarsi dell’imprevedibilità, dell’indeterminazione, il mito del progresso si trasforma in un “futuro minaccia” in cui non solo si estingue la speranza di un futuro migliore ma l’uomo stesso, da padrone della Terra, diventa la minaccia: il distruttore del pianeta e dei popoli che lo abitano.Il tutto in nome di un progresso che si è rivelato fallace.
La crisi climatica è un’inevitabile conseguenza del rapportarsi dell’individuo cartesiano (o kantiano) al mondo che, inizialmente, da padrone dell’ambiente, sfrutta e manipola a proprio piacimento il mondo-oggetto che gli si dispiega davanti. In un secondo momento, da distruttore dell’ambiente, si trova impotente ad agire davanti agli effetti catastrofici della propria azione. In entrambi i momenti l’uomo non smette di sentirsi soggetto indiscusso del mondo. Questa è la prospettiva che bisognerebbe gradualmente smontare. Ciò che chiamiamo realtà dipende da quella trama dinamica che designa l’attività permanente di coproduzione del vivente in relazione al suo ambiente. Ogni specie contribuisce all’emergere della realtà in un rapporto dinamico e incessante con l’ambiente e con le altre specie dando, così, luogo a un campo biologico di cui ognuno è una semplice parte che concorre alla creazione di ogni situazione che si presenta nel mondo. La capacità di agire deve partire da questo, dal presupposto di una trasformazione radicale della posizione dell’uomo nel mondo. La figura dell’individuo è la gabbia nella quale ci propongono di rinchiuderci e nella quale ci isoliamo noi stessi. Ci sarebbero quindi da una parte i prigionieri e dall’altra il mondo. Ma in questo dispositivo, le sbarre sono l’unica cosa reale.












