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CIMITERO DI LOCRI Vincenzo Carrozza chiede un’assemblea pubblica

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di Gianluca Albanese

LOCRI – Un’assemblea pubblica sui costi e la modalità di fruizione del cimitero di Locri, dopo l’affidamento a privati disposto dall’amministrazione comunale. È quanto chiede il chirurgo di guerra e scrittore Vincenzo Carrozza, che scrive dal Kosovo e offre, come sempre, un punto di vista controcorrente e indipendente su quella Locri che comunque gli è rimasta nel cuore.

Lo chiede dopo aver compiuto una riflessione sulle strazianti immagini delle vittime civili nella guerra in Ucraina.

“Questi poveri morti – esordisce Carrozza -, sparsi sulle strade ucraine come semi dispersi dal vento, come foglie fradice di pioggia, stracciate dalla violenza del temporale, mi fanno tremare di compassione. Questi giovani soldati bambini carbonizzati nei mezzi militari, fanno tenerezza. Queste madri, questi figli mezzo bruciati dentro gli edifici esplosi, mi fanno scoppiare il cuore. Vorrei abbracciarli. Vorrei, questi poveri morti, stringerli al petto, cullarli e discutere, con loro, di quello che si aspettavano dalla vita. Vorrei discutere dei loro sogni. Questi poveri morti vengono raccolti, infilati in sacchi neri e sepolti in fosse comuni. Di molti di loro non si conoscerà mai il nome”.

È il prologo di un ulteriore approfondimento, riguardante il modo di vivere i cimiteri che, nel caso dei morti nella guerra in Ucraina ”sono un lusso – scrive il chirurgo – che nessuno di loro potrà permettersi, tanto meno potranno permettersi le lapidi.  Questi sfortunati esseri umani, così gonfi, così deturpati dalle esplosioni e dai proiettili, sono inavvicinabili. Sono morti di guerra inavvicinabili ai comuni mortali. Nemmeno i familiari, quando se ne trova qualcuno, potranno avvicinali, stringerli, abbracciarli, guardarli. Sono morti sequestrati dalla disumanità della guerra”.

Carrozza coglie l’occasione per introdurre un concetto che gli sta particolarmente a cuore, ovvero “la separazione tra vivi e morti, in Ucraina, in Mali, in Somalia, in Niger, ovunque c’è una guerra, è decisa dalla disumanità. Ma anche nei luoghi, in certi luoghi, dove non c’è guerra esiste la separazione tra vivi e morti, che non è separazione umana, pietosa, dignitosa, è separazione per interesse economico. Non è separazione di decoro, ma di interesse privato”.

Chiaro il riferimento al cimitero di Locri, del quale riconosce la mancanza di decoro fino a poco tempo fa.

“Chiunque sia andato a fare visita ai suoi poveri morti, negli ultimi anni, ha potuto – ha scritto Carrozza – incontrare un luogo disordinato, quasi in abbandono, con rifiuti che venivano rimossi con parsimonia. Ma quel cimitero aveva, oltre che difetti, i suoi pregi: era un cimitero a dimensione umana. Era, è vero, un cimitero “fai da te”, ma conservava la storia della città. Conservava quella “non separazione”, quella “non netta divisione” tra vivi e morti che lo faceva sembrare un luogo familiare, un continuum con la nostra casa, con le nostre strade, con la nostra storia. Era, il cimitero di Locri, una cosa sola con il nostro cuore, con i nostri ricordi”.

Da qui la proposta all’amministrazione comunale, secca come una folata di vento di Tramontana.

“Vi prego – scrive Carrozza -, non sequestrate i morti. Si lasci la libertà ai cittadini di mantenere questa confidenza con il cimitero di Locri, che deve rimanere a dimensione umana. Più ordinato, certo, ma umano. Sarebbe bello organizzare un’assemblea pubblica e ragionare con i cittadini su cosa comporterà questa nuova gestione in termini di costi e di organizzazione. Si venga a compromessi. Ho già visto affissi manifesti e si fanno proclami, ad ogni piè sospinto, per dire quanto è bella e quanta è buona questa nuova gestione. Manifesti e proclami, privi di contraddittorio, non hanno mai il sapore della libertà, non hanno mai il sapore della giustizia sociale di cui, specialmente noi calabresi, siamo affamati e – conclude – continuamente alla ricerca”.

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