di Patrizia Massara Di Nallo (foto fonte web Giangurgolo)
Il Carnevale risale alle feste dionisiache greche e ai saturnali romani, mentre in epoca cristiana diventa la festa che precede la Quaresima che anticamente imponeva il digiuno e l’astinenza dalla carne per 40 giorni. Il termine Carnevale deriva infatti etimologicamente dall’espressione latina “carnem levare” (levare la carne) e si riferiva al martedì grasso, giorno precedente il Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima.
Questa festa popolare come in tutto il resto d’Italia, si basava sul capovolgimento dei ruoli per cui ognuno poteva impersonare i panni di qualcun altro: il povero diventava ricco, il contadino era il nobile, gli uomini si travestivano da donne, i giovani da vecchi: nel ribaltare i ruoli stava il maggiore divertimento. In Calabria durante il Carnevale girava anticamente per le strade il caratteristico poeta “pueta”, un menestrello che si rivolgeva ai passanti con versi quasi sempre insolenti. Suonava una chitarra o un altro strumento e ad ogni strofa il suono veniva accompagnato da lazzi e smorfie. Alcuni usavano suonare uno strumento,la caccavella, vaso di latta coperto da una pelle legata come fosse un tamburo e con al centro fissata una cannuccia perpendicolare che veniva mossa per produrre un suono cupo. Tutta la Calabria è ricca di riti carnevaleschi e ha originali maschere che riflettono la tradizione popolare.
Le più famose sono: Giangiurgolo, Carnevale, Quaresima, i Polecenelle belli e brutti e Organtino. Giangurgolo è una maschera calabrese della commedia dell’arte. Secondo alcuni studiosi il suo nome deriverebbe da Gianni Boccalarga o Gianni Golapiena, nome che indica la sua peculiarità: persona di molte chiacchiere, di grande ingordigia e fame. Alcune fonti letterarie sulle rappresentazioni di Giangurgolo dicono che esso sarebbe nato a Napoli perché nel 1618, proprio a Napoli, un attore, Natale Consalvo, lavorava nelle vesti di Capitan Giangurgolo.
Secondo la tradizione, invece, la maschera sarebbe nata a Catanzaro da una persona realmente esistita. Giangùrgolo che dal punto di vista etimologico significherebbe “Gianni l’ingordo”, nome dovuto alla sua ingordigia. Questa persona sarebbe nata nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella il 24 giugno 1596 e il suo nome gli sarebbe stato dato in onore di S. Giovanni, santo del giorno.
La leggenda narra inoltre che egli cercò di salvare nei boschi uno spagnolo aggredito da briganti che poi purtroppo non riuscì a sopravvivere. In punto di morte, però, per riconoscenza nominò Giovanni suo erede, consegnandogli le sue ricchezze e una lettera che suggeriva il modo per liberare la città di Catanzaro dalla dominazione spagnola. Quindi Giovanni cambiò il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos, in onore del benefattore spagnolo, ed iniziò la lotta contro l’occupazione straniera. Con un carrozzone da teatro, insieme a suoi amici, incominciò a proporre spettacoli satirici incitando il popolo alla rivolta. Condannato a morte, si trsferì in Spagna.
Tornato successivamente a Catanzaro, ritrovò l’amico di teatro Marco, malato di peste, ma si infettò e morì. Secondo altre fonti la maschera di Giangurgolo si diffuse a Reggio ed in tutta la Calabria perchè intorno alla metà del XVII secolo, quando la Sicilia passò ai Savoia, si verificherò una massiccia migrazione di nobili spagnoli siciliani verso la città di Reggio.
La maschera quindi, ispirata dai nobili siciliani, voleva mettere in ridicolo proprio coloro che cercavano di imitare i cavalieri siciliani spagnoleggianti e diventò la maschera tradizionale della regione Calabria. In una incisione dell’abate Jean-Claude Richard de Saint-Non, che descrive “i dintorni di Reggio”, è chiaramente visibile una scena di una commedia fatta per strada dove è protagonista uno Zanni con il lungo cappello e la spada, cioè Giangurgolo, Nell’ambito della commedia dell’Arte questo personaggio fu subito apprezzato al pari delle maschere oggi considerate maggiori: Pulcinella, Arlecchino ecc e rappresentato nei più grandi teatri italiani. E’ raffigurato con un naso enorme e una spada altrettanto smisurata che pende su un fianco e una coda di pavone (simbolo della sua vanità). Indossa un alto cappello a cono, un corpetto stretto e i pantaloni a sbuffo a strisce gialle e rosse che riproducono i colori d’Aragona. Vanitoso e spaccone, non ha rispetto degli altri e, armato di finto coraggio, scappa invece a gambe levate quando c’è un pericolo imminente.
Caratterizzato quindi da spavalderia e cafonaggine voleva essere uno sberleffo nei confronti dei dominatori aragonesi e spagnoli. Tuttavia, a Reggio, la maschera più comune e più sentita dal popolo è indubbiamente Giufà, uno stolto sempliciotto di cui si narrano numerose storielle. Le origini di Giufà sono incerte e potrebbero essere attribuite all’Anatolia (odierna Turchia), meno probabilmente all’Iran o all’Afganistan.Successivamente il personaggio si diffuse con nomi simili in tutta l’area mediterranea: in Grecia, Albania. Malta, Spagna ed infine in Sicilia da dove poi approdò a Reggio. Secondo altre fonti il Giufà originario non era uno stolto, ma un filosofo buontempone dell’XI secolo, Nell’area del Parco Nazionale del Pollino, ai confini tra Calabria e Basilicata,e precisamente ad Alessandria del Carretto (CS) vengono tramandate altre maschere tipiche: i Polecenelle belli (emblemi della luce e dell’eleganza) e i Polecenelle brutti (emblemi del caos e del disordine) .
I Polecenelle belli indossano pantaloni infilati in gambali di cuoio, cravatta e camicia bianca e guanti neri, mentre alla vita tengono legate delle campane che tintinnano sul suono delle zampogne durante le danze tradizionali. Sulle spalle e legati alla vita hanno scialli colorati che si aprono durante la danza, sulla testa un copricapo alto pieno di fiori e nastri colorati che scendono lungo le spalle, mentre il viso è coperto da una maschera chiara in legno. I Polecenelle brutti, antagonisti dei belli, sono vestiti di vecchie cose scure con il viso coperto da fuliggine. Con il loro aspetto grottesco lanciano cenere nel corteo portando scompiglio e disordine ed entrano in scena quando i belli sono andati via perché le due tipologie di maschere, rappresentando due mondi opposti, non si possano incontrare.
Le maschere della Calabria più emblematiche sono: Carnevale e Quaresima. Il primo è rappresentato da un fantoccio di paglia, corpulento e dalla grossa pancia dovuta alla sua ingordigia. Viene portato per le vie del paese a spalla o su un carretto adagiato su un giaciglio, come fosse morto. Precede il carro un uomo mascherato da prete che, intingendo un pennello in un barattolo colmo d’acqua, finge di impartire la benedizione alla folla. Dietro di lui molte persone vestite di nero piangono disperate ed emettono lamenti e cantilene. Alla fine della manifestazione il Carnevale viene bruciato per simboleggiare la sua fine e quindi la fine del periodo stesso.
La Quaresima, in dialetto Corajisima, in alcuni riti è la moglie, in altri è la madre o la sorella di Re Carnevale. Fa la sua comparsa il martedì grasso vestita di nero con un velo davanti al viso o con la faccia anch’essa nera e piangente per rappresentare la chiusura del Carnevale e l’inizio appunto della Quaresima. In alcuni paesi la maschera assume la forma di una bambola di pezza e viene ancora appesa durante questo periodo alle porte delle case, alle finestre, ai balconi oppure sospesa ad un filo teso da una casa all’altra dei vicoli. Le bambole con i loro lunghi abitini neri, con fuso e conocchia fra le mani, i fazzoletti scuri in testa e le faccine pallide, hanno addosso sette penne d’uccello e ai piedi un’arancia. Le penne, che vengono poi tolte ad una ad una man mano che passano le corrispondenti settimane di Quaresima, vogliono ricordare ai passanti che si devono consumare prevalentemente cibi di magra. Nelle città costiere della Locride, così come a Reggio Calabria, vengono organizzati i carri allegorici: ad Ardore, a Locri e Siderno come in altri centri più piccoli quali Bianco, Gioiosa Ionica, Roccella e Caulonia.
Molto partecipata è la festa anche in altre province calabresi come a Castrovillari, Rossano Calabro, San Sosti, Amantea, Fuscaldo, Guardia Piemontese in provincia di Cosenza e ad Acconia di Curinga, Lamezia Terme in provincia di Catanzaro. In particolare la città di Castrovillari ha una sua maschera storica , quella di Organtino, che risale al 1635 e ripropone il personaggio di una farsa dialettale, scritta da Cesare Quintana, che dagli storici è considerata il punto di inizio del teatro popolare in vernacolo calabrese.
Il Carnevale di Castrovillari è entrato a far parte dei “Carnevali più belli d’Italia”e riconosciuto dal Mibact fra i grandi carnevali storicizzati come Viareggio, Venezia, Putignano, Sciacca, Cento, ecc. A testimonianza di quanto il Carnevale sia apprezzato ancora oggi in Calabria, lo scorso anno a Corigliano- Rossano ( CS) è stata indetto un Concorso di Idee per la realizzazione di Clementizia, una maschera di carnevale unica, caratterizzante un intero territorio e segno di appartenenza ad esso. Infatti la realizzazione di “Clementizia” si proponeva di coniugare la clementina e la liquirizia, eccellenze enogastronomiche locali, insieme quindi con tradizione e identità. Il Concorso ha riscosso molto successo e si è arrivati alla realizzazione della nuova maschera Clementizia che, rivendicando il suo posto tra le maschere con un forte legame con la terra d’origine, dovrebbe comunque essere la prima maschera di Carnevale pensata e realizzata interamente in Calabria.

(foto fonte web)













