di Mario Staglianò
Circa una settimana fa il mare ha danneggiato, o distrutto, i lungomari di Locri o di altre cittadine ioniche e ciò che lì l’uomo aveva creato. Il rapporto tra uomo e natura è segnato da una tensione profonda e irrisolvibile: da un lato la natura appare come fonte di vita, armonia e bellezza; dall’altro si manifesta come forza cieca, capace di distruggere in un istante ciò che l’uomo costruisce con fatica in anni o in secoli. Un fiore che sboccia, un paesaggio che consola lo sguardo, il ritmo regolare delle stagioni sembrano offrire all’uomo l’illusione di un ordine amico; ma la stessa natura che incanta è anche quella che genera terremoti, alluvioni, eruzioni, mareggiate. È una bellezza che porta in sé il proprio doppio: la possibilità sempre presente della distruzione.
L’uomo, al contrario, è l’essere del progetto. Costruisce case, città, civiltà, immagina il futuro, investe tempo, intelligenza, speranza. Eppure basta un attimo – una scossa, un’onda, un crollo – perché tutto venga spazzato via. In questo senso l’agire umano somiglia al mito di Sisifo:l’uomo spinge incessantemente il suo masso verso la cima sapendo che, prima o poi, esso rotolerà di nuovo a valle. Ogni progresso, ogni conquista, ogni sicurezza è provvisoria. La storia dell’umanità è una continua ricostruzione sulle rovine.
Tuttavia, come suggerisce Camus, bisogna “immaginare Sisifo felice”. La grandezza dell’uomo non sta nel vincere definitivamente la natura – impresa impossibile – ma nel non smettere di lottare pur sapendo che la sconfitta è sempre possibile. La felicità di Sisifo non nasce dal risultato, ma dal gesto stesso: nel riprendere il masso, nel ricominciare ogni volta, nel dare senso a un’azione che la natura rende inutile, ma che l’uomo rende significativa.
Questa visione si lega profondamente alla riflessione leopardiana nella Ginestra. Leopardi mostra una natura indifferente, non malvagia ma insensibile, che non si cura dei destini umani e procede secondo leggi che non hanno come fine il bene dell’uomo. Il Vesuvio distrugge intere città senza “intenzione”: è semplicemente natura che agisce. Di fronte a questa potenza cieca, l’uomo non può illudersi di dominare il mondo, ma può scegliere come stare al mondo. La ginestra, fragile fiore che cresce sul deserto lavico, diventa simbolo di una dignità discreta: consapevole della propria debolezza, ma capace comunque di fiorire.
Così la natura appare duplice: madre generosa e forza distruttrice, fonte di incanto e di rovina. È indifferente ai progetti umani, non conosce né giustizia né ingiustizia. Ma proprio questa indifferenza rende ancora più significativo l’agire dell’uomo. Sapere che tutto può crollare non dovrebbe portare alla rassegnazione, bensì a una forma più alta di responsabilità e solidarietà. Se la natura non garantisce nulla, allora tocca all’uomo dare valore alle proprie opere, alle relazioni, alla memoria, alla ricostruzione.
In fondo, l’uomo è grande non perché vince contro la natura, ma perché, pur sapendo di essere fragile e temporaneo, continua a creare, a sperare, a ricominciare. Come Sisifo, come la ginestra sul vulcano, egli accetta la precarietà dell’esistenza e la trasforma in una scelta etica: vivere, costruire e lottare nonostante tutto. In questa ostinazione, forse inutile ma profondamente umana, si nasconde il vero senso della nostra presenza nel mondo.













