di Simona Masciaga (foto di Mimma Gullotta)
SIRACUSA – Ogni opera reinterpretata è per il pubblico una scoperta interpretativa! Abituati a tutte le stramberie dei registi attuali, non ci siamo meravigliati di Thanatos proveniente dal varietà del Bagaglino (sembrava Leo Gullotta nella parodia di Giulio Andreotti), di Eracle ubriaco in bici che sembra uscire dalla penna di Goldoni (l’eroe parla veneto) e di un servo che rivela ad Eracle la morte di Alcesti come farebbero i comici Pio ed Amedeo (in forte accento foggiano).

Nonostante tutto l’intento del regista Filippo Dini è stato ben visibile nel prologo che ha colto il pubblico di sorpresa: le cameriere sulla scena intente a pulire stanno a significare l’opera ben ripulita dalla forma classica, dal vecchiume della retorica greca che addormenta, ubriaca e annoia il pubblico (rappresentato dalle ragazze assonnate sulla scena). L’opera parla del sacrificio di Alcesti (Deniz Ozdogan) che muore al posto del marito Admeto (Aldo Ottombrino) ma che alla fine viene riportata in vita da Eracle (Denis Fasolo).

Ma come morire senza spargimento di sangue, senza essere ammalata e in giovane età se non attraverso la morte programmata? Ecco che ad Alcesti viene attaccata una flebo e muore dolcemente tra le braccia dell’ amato, ma a dir nostro codardo, marito.

Ottimo dinamismo e padronanza scenica del coro nei vari interventi ma un’Opera che poteva essere spolverata in un altro modo. Forti i temi che inducono alla riflessione tra cui eutanasia, amicizia e ospitalità, amore eterno, egoismo.
















