L’EDITORIALE Il lunedì delle Iene e dei potenziali rapaci

L’EDITORIALE Il lunedì delle Iene e dei potenziali rapaci

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di Gianluca Albanese 

Molti pensano che la domenica sera, in fondo, sia quasi un triste prologo al lunedì, forse il giorno meno amato della settimana, quello in cui tornano i pensieri pesanti e le preoccupazioni del lavoro e delle spese da affrontare, degli impegni da assolvere e il miraggio di un weekend successivo che appare troppo lontano. 

E allora, nella Locride, per un buon numero di cittadini, il lunedì è iniziato ieri sera in prima serata, quando in Tv è andato in onda il servizio de “Le Iene” sull’ospedale di Locri, le cui disfunzioni, come molto opportunamente  ha sottolineato la Cgil-Fp in un’apposita nota, erano già ben presenti da decenni. Ovviamente, il servizio di tale Gaetano Pecoraro ha suscitato la prevedibile ondata d’indignazione, come se il servizio de “Le Iene” avesse scoperto cose non note a chi popola questo territorio. Ma si sa, da queste parti a volte soffriamo di provincialismo, e siamo sempre pronti a battere le mani a chi viene da fuori, gira, registra, smonta la troupe e fa ritorno alla redazione centrale in cerca di altri scandali per potenziali scoop da propinare a un pubblico di bocca buona. Siamo fatti così. Poco importa il lavoro quotidiano di operatori del settore, magistrati, sindacalisti, associazioni di ammalati e così via. A noi, piuttosto, fa specie quanto avrebbe dichiarato un medico in servizio al nosocomio di via Verga, ovvero il dottor Pasquale Ceratti, vice sindaco di Bianco, che avrebbe detto, grosso modo, che non farebbe mai curare un proprio familiare nell’ospedale in cui egli stesso lavora. Non proprio una dichiarazione felicissima, la sua. Perché pazienza se una cosa del genere la dice l’uomo della strada; un conto è se a dirlo è un medico dipendente dell’ospedale “Spoke” della Locride. Eppure, al di là delle ben note disfunzioni e dei problemi atavici, ci sono medici, infermieri, OSS e altre figure professionali che il loro dovere lo fanno fino in fondo, nonostante il contesto professionale non felicissimo. E sono la stragrande maggioranza. Possiamo immaginare cosa avrà pensato un chirurgo che si sofferma in sala operatoria ben oltre il proprio orario di lavoro sacrificando anche i turni di riposo, un medico di pronto soccorso che deve affrontare con lucidità e freddezza le emergenze di un bacino d’utenza quasi sterminato, un infermiere che si presta a compiti e mansioni non previsti dal suo contratto, perché conscio della necessità di fare il proprio dovere sempre e comunque. Siamo certi che anche loro non farebbero mai ricoverare i propri familiari all’ospedale in cui lavorano? Crediamo di no. Consci, sempre, del fatto che sono tante le cose che non vanno nel “nostro” ospedale ma questo clima di sfiducia che viene amplificato anche da chi è preposto alla cura dei pazienti, di sicuro non migliora gli standard delle prestazioni erogate. Anzi, in caso di potenziale errore, può alimentare le pretese di legulei senza scrupoli, pronti a intentare cause di risarcimento a ogni piè sospinto. Tanto paga l’Asp. Cioè, tanto sono soldi pubblici.  Ma soprattutto, una persona che sta male, con quale spirito deve raggiungere l’ospedale di Locri sapendo che un medico getta quest’aria di sfiducia sull’intero nosocomio, compresa, dunque, la parte che invece funziona, nonostante tutto, e grazie all’impegno dei lavoratori di ogni categoria?

Il lunedì delle Iene, poi, si è concluso con la comunicazione formale, da parte del sindaco di Locri, della notifica di tredici avvisi di conclusione indagini a carico di tredici dipendenti comunali accusati di assenteismo. Un reato grave contro la pubblica amministrazione, ma solo se accertato in tutti i gradi di giudizio. Giova ricordare, infatti, che un avviso di conclusione indagini non è una sentenza di condanna. Sembra banale rammentarlo, ma in tempi in cui è facile accendere i roghi da caccia alla streghe, in tempi di sovranismi e social network, forse non è pleonastico. Abbiamo ben presenti, avendoli vissuti da spettatori televisivi e lettori di giornali, i tempi di Tangentopoli, in cui anche i semplici avvisi di garanzia venivano dati in pasto all’opinione pubblica, e in cui gli statisti venivano fatto oggetto di lanci di monetine e i capitani d’industria si suicidavano. Oggi, invece, molti governanti cavalcano l’onda del malcontento popolare e se la prendono con chi aspetta giorno 27 per pagare le bollette e le rate del mutuo , fare la spesa senza pensare alle dimensioni del carrello e programmare il modo per sbarcare il lunario. Crediamo di poterci permettere di ricordarlo, perché nella veste di operatori dell’informazione non tirammo fuori gli album di famiglia quando ricevemmo la notizia di un’ordinanza di custodia cautelare per reati ascritti, anche questi, contro la pubblica amministrazione e, come testimoni dell’accusa, non c’inventammo versioni di comodo o fandonie una volta chiamati a sottoporci alle domande di Giudice, avvocati difensori e PM.

E allora, un pizzico di prudenza in più non guasterebbe nel divulgare certe notizie, specie quando contengono un più che implicito monito agli altri lavoratori, come se l’azione giudiziaria fosse un manganello da agitare per colpirne uno per educarne cento. Come se i dipendenti comunali di Locri non avessero, semmai, bisogno di strumenti più efficaci e di formazione e aggiornamento costanti, piuttosto che di velate minacce.

Sì, insomma, riponiamo, come sempre, la massima stima e fiducia nel lavoro dell’Arma dei Carabinieri – che non finiremo mai di ringraziare per il quotidiano lavoro al fianco dei cittadini per bene di questa terra – ma non usiamo le indagini a fini propagandistici, specie quando i procedimenti sono solo in una fase iniziale e le eventuali responsabilità devono essere tutte accertate. 

Del resto, creare un clima di terrore non crediamo sia propedeutico al miglioramento delle performance lavorative dei dipendenti del comune di Locri, che a giorni alterni vengono citati per vantarsi della loro stabilizzazione e dell’implementazione del loro orario di lavoro, ovvero come potenziali fannulloni da additare e ammonire rimarcando i tempi in cui «I treni arrivavano in orario». Questa terra, a nostro modo di vedere, ha bisogno di leader e non di capipopolo, di figure autorevoli e non autoritarie, perché quando si tratta di pubblici servizi, che siano quelli di una corsia d’ospedale o di un ufficio comunale, il primo obiettivo da perseguire è quello della coesione sociale, vero e proprio collante di una comunità, che sia quella di un paese di dodicimila abitanti, o di un intero Stato. 

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