E’ morto Paolo Pollichieni, il “bomber” del giornalismo

E’ morto Paolo Pollichieni, il “bomber” del giornalismo

1624
0
CONDIVIDI

di Gianluca Albanese (foto LaCnews24)

Vorremmo tanto fosse una bufala. Davvero. Di quelle cantonate che lo facevano arrabbiare ed esternare, prorompente con la sua naturale verve, a suon di cazzijatoni ai colleghi meno esperti e acuti. Eppure la fragilità della condizione umana è di per sé una cartina di Tornasole assolutamente infallibile e allora ci tocca scriverlo. Come ci aveva insegnato lui.

Paolo Pollichieni, una delle firme più prestigiose del giornalismo nazionale, si è spento nella giornata di oggi. 62 anni passati in ossequio a quel mestiere tanto amato e magistralmente praticato sono, oggettivamente, pochissimi per tutto quello che ha dato e che avrebbe potuto dare al mondo dell’informazione. 

Chi ha avuto la fortuna di incrociare il proprio percorso professionale col suo avrà piena contezza di quello che scriviamo.

Chi scrive lo ha fatto piuttosto tardi, ma abbastanza da imprimere una decisa svolta professionale e imparare quella che è la Dignità di chi fa questo mestiere. 

Correva l’anno 2006, e Calabria Ora, il giornale che contribuimmo, nel nostro piccolo a far nascere, lo aveva annoverato tra le sue firme più prestigiose fin dal primo giorno. L’allora direttore Paride Leporace lo definiva “il bomber”. Un attaccante di razza, un CR7 capace di risolvere, da solo, ogni partita.

Parlava poco e mai a sproposito. E quando faceva emergere, sotto la scorza da duro, la sua anima più dolce e affettuosa – espressioni, queste che lo avrebbero fatto inorridire – era sempre durante le rare occasioni conviviali con i suoi giornalisti.

Fu in una di queste che disse, rivolgendosi ai giovani colleghi di tutta la Calabria: «Grazie per avermi restituito la voglia di fare giornalismo in questa regione. L’avevo persa dopo una serie di vicissitudini – dalle quali, come sempre, uscì a testa altissimi – e con voi l’ho ritrovata».

Poco tempo dopo aver assunto la carica di direttore di quel quotidiano, volle incontrare i suoi giornalisti della Locride perché, e non perdeva mai occasione di sottolinearlo «Vivo e lavoro fuori, ma la residenza l’ho sempre mantenuta a Locri».

In una cena per pochi intimi nel suo ristorante preferito di Siderno, rivolgendosi a chi scrive e a un altro collega, disse alcune parole che per noi sarebbero rimaste per sempre delle pietre miliari della nostra formazione professionale: «La politica e la ‘ndrangheta vivono di segnali: mai mostrarsi deboli, per nessun motivo. Altrimenti è finita».

Parole incise sul marmo, pronunciate in tempi in cui gli status di politici e ‘ndranghetisti spesso coincidevano, e in cui la mano forte dello Stato contro la malapianta ancora non si sentiva. Parole che ci accompagnarono in ogni circostanza in cui nella nostra vita ci ritrovammo davanti a una tastiera per assecondare il nostro sacro fuoco e compiere il diritto-dovere dell’informazione. 

Ognuno ha il suo carattere, e il suo era ruvido, mai incline alla piaggeria e non sempre facile da affrontare. Ma facile, facilissimo, era coglierne la capacità fuori dal comune, la schiettezza e l’autorevolezza del suo agire quotidiano.

Un leader sempre e comunque, che si faceva o amare o odiare, perchè per quelli come lui le mezze misure non esistono. Ma che tutti riconoscevano come una guida illuminante o comunque un nemico temuto ma anche rispettato. 

Lo incontrammo per l’ultima volta lo scorso inverno, onoratissimi di aver condiviso con lui  il tavolo dei relatori, insieme al bravo collega del CorSera Carlo Macrì, a un convegno sulla libertà di stampa e il diritto-dovere d’informazione. 

Ovviamente eravamo a Locri, la sua Locri. Arrivò in ritardo, scusandosi col folto pubblico. «Ma non avrei mai potuto dire di no all’invito – disse – perché dopo aver scritto tutte le cose che ho scritto sul partito che organizza quest’incontro sarei stato subissato di chissà quali critiche,  e poi, quando c’è occasione per tornare nella mia città lo faccio sempre volentieri».

Nulla lasciava presagire a quanto accaduto oggi. Perchè era sempre lui. Caustico, incisivo, pungente. A muso duro contro la delinquenza organizzata ma anche contro le istituzioni che non facevano il loro dovere. In tempi come questi in cui l’intelligenza fa paura e la cialtroneria fa comodo, lui era inviso a molti. Ed era amatissimo dagli altri. 

Ecco perchè non ci sarà bisogno della Storia per decretarne la grandezza. E’ sempre stato un grande e l’ha saputo dimostrare nella sua pur breve esistenza terrena.

Lo scriviamo non per l’affetto e la gratitudine più volte dimostrata nei suoi confronti e per la quale – ne siamo certi – ci avrebbe mandato per l’ennesima volta a quel paese, ma perchè è un dato evidente, incontrovertibile. 

Se n’è andato all’improvviso in seguito a un delicato periodo di problemi di salute nella lontana Padova. Ora la Locride lo attenderà per rivolgergli il consueto abbraccio collettivo che si riserva in questi casi. Noi lo immaginiamo seduto accanto al suo amico di sempre Peppe Monteleone, col quale condivideva i momenti in cui emergeva la sua essenza più intima, affacciarsi da lassù e commentare, come sempre con la sua ironia dissacrante…«Guarda ‘sti cazzoni…». Grazie per quello che sei stato e scusaci per non aver saputo sempre meritare le tue aspettative. Riposa in pace, diretto’.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO